La sofferenza può essere un’occasione per migliorarsi e uno stimolo a riflettere, sul piano individuale e collettivo. E infatti la morte della giovane crotonese, Lucia Olla, che si è tolta la vita solo qualche settimana fa, ha determinato una reazione nella città in cui ha conseguito la laura e dove viveva da qualche anno insieme al marito e alla sua bambina.
A Cosenza non va giù l’idea che la morte di Lucia venga letta come un triste episodio i tra tanti che si consumano quotidianamente, per questo dalla sua morte è nato un movimento di ‘riscossa sociale’. Perché Lucia era una studentessa eccellente, una mamma entusiasta, una donna desiderosa di mettersi in gioco con le competenze che aveva acquisito e la sua intelligenza, ma che doveva accontentarsi di lavorare per quattro soldi in un call center.
Le ‘avventure’ di violenze e sfruttamento vissute in Italia da una donna bulgara sono emblematiche per capire come mai tante donne dell’Est si ritrovano coinvolte nel mondo della prostituzione.
“Quando decisi di partire da Sofia, dove guadagnavo 100 euro al mese lavorando come cassiera in un supermercato - racconta la bulgara - per venire in Italia feci un prestito in banca, che continuo a pagare ancora adesso. I soldi mi servivano a pagare il viaggio (120 euro) ed un bulgaro (250 euro) che mi avrebbe fatto lavorare in una lavanderia. Oltre al lavoro mi promise i documenti e la casa. Ho pagato per comprare quel lavoro, ma quando sono arrivata ho scoperto che la lavanderia non esisteva. Mi hanno portata in un altro paese della provincia di Crotone, dove mi dissero che dovevo occuparmi delle pulizie di un’attività commerciale, ma in realtà il lavoro consisteva nel fare l’amore con il padrone”.
Occhi azzurri, belli, ma spenti. Chi li guarda può leggervi il disincanto, l’amarezza, la rassegnazione... I segni indelebili delle violenze subìte, delle speranze spezzate, ma anche il desiderio incontenibile di salvarsi e uscire dall’inferno di umiliazione in cui vive.
Scende di casa alle 9.00 con i due bambini al seguito (una di cinque anni e l’altro di 15 mesi), tappa all’asilo, tour per uffici pubblici, supermercati, studi medici... Lavoro: in giro per diversi appartamenti della città a fare tagli di capelli, messe in piega, shampoo colorante... E sempre con il piccolo al seguito, che, intanto, sta in braccio alle clienti o gioca con i loro figli piccoli. Pausa pranzo dove capita, da parenti per far pranzare il piccolo, sarebbe impossibile rientrare a casa. Se qualcuno è disponibile a tenerlo lascia il piccolo per farlo riposare, visto che nel pomeriggio c’è anche l’altra bambina che esce dall’asilo pubblico; continua il via vai in macchina fino a sera. L’ora del rientro è indefinita.
Arrivare in Italia con una valigia piena di sogni che per gli italiani non potrebbero mai rientrare nella categoria delle ambizioni, perché contraddistinguono la vita banale e carica di fatiche di chi si accontenta. A Nicoleta Hatanu, una romena di 38 anni, però, quando è arrivata in Italia sei anni fa bastava trovare un lavoro come badante, avere una casa normale, mandare i suoi figli a studiare nelle scuole italiane e stare vicina a suo marito, dal quale non si è mai voluta separare, diversamente da come scelgono di fare molte sue connazionali. Perché per lei la sua famiglia e tutto e, nel bene o nel male, preferisce tenerla unita. Non importava se quel lavoro di badante spesso lo ha svolto senza contratto, se le anziane signore delle quali doveva prendersi cura avevano un carattere difficile, se la casa che ritiene “normale” è in un angolo di centro storico degradato...
Alcuni articoli ottengono un seguito particolare, rivelando quali temi stanno più a cuore ai lettori e quindi la voglia, anzi l’esigenza, di parlarne. È stato così quando dalle colonne del nostro giornale abbiamo raccontato la storia di una giovane concittadina maltrattata sul posto di lavoro. La reazione della rete, i tanti commenti indirizzati alla nostra testata giornalistica hanno rivelato, purtroppo, che quella storia deve essere solo una tra le tante che rimangono nascoste dall’omertà, dal silenzio di chi quotidianamente è costretto a vendere la propria dignità, le competenze acquisite dopo lunghi anni di studio, i sogni e le ambizioni personali in nome dell’esigenza di un posto di lavoro che consenta di sopravvivere in questi tempi duri in cui un’occupazione è una merce così rara da far accettare qualsiasi ricatto. Evidentemente non sono solo un ricordo del passato “i padroni del vapore” di una volta, quelli che avevano in mano le leve del comando e controllavano i mezzi di produzione. A loro, ieri come oggi, tutto è dovuto, anche trattare i dipendenti come pezze da piedi, sottoporli a vessazioni ed in qualche caso punirli. A loro abbiamo intitolato questo blog, uno spazio aperto per chi non ci sta e vuole confrontarsi, discutere di questi temi per sentirsi e far sentire meno solo chi quotidianamente vive situazioni occupazionali mortificanti. La speranza è che, sul nobile esempio degli antenati di questa città, coloro che dei problemi della convivenza sapevano discutere e confrontarsi per migliorare la vita della polis, il giornale possa essere per chiunque abbia voglia di parteciparvi un’agorà aperta; perché parlandone si generi quell’ormai raro sentimento di indignazione capace di cambiare la cultura dominante e quindi il corso della storia di questa terra. Chi parla dimostra di non aver paura e fa vergognare chi ha il vizio di abusare dei suoi dipendenti. Ai lettori la parola, questo è uno spazio libero per denunciare storie di ordinaria violenza sul lavoro o esprimere la propria opinione in merito. Chi lo vorrà potrà mantenere l’anonimato, consultandosi prima con la redazione quando intende fare nomi di luoghi di lavoro o persone.