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Uscire dalla depressione si può

“E’ riconosciuta come la terza malattia, dopo la carie e l’influenza, di cui è più facile ammalarsi. Non sempre la sua diagnosi è accertata, ma una cosa è certa: dalla depressione oggi è possibile guarire”. Psichiatra di vecchia data (ha operato qualcosa come 10.000 elettrochoc ai tempi in cui non esistevano ancora medicine per curare questa malattia), il professor Giuliano Dolce, primario dell’Istituto di alta specializzazione riabilitativa Sant’Anna, ha introdotto così, ad una folta platea composta soprattutto da medici e professionisti del settore, nella sala terme di mare, la lezione magistrale su “Osteoporosi ed altre conseguenze mediche della depressione” tenuta dal dottor Giovanni Cizza, neuroendocrinologo e ricercatore presso il National Institute of Mental Health di Bethesda, negli Stati Uniti. Una lezione preceduta dall’intervento del dottor Nicola Capozza, direttore del Servizio di salute mentale dell’Asl 5, che ha presentato e classificato le sindromi depressive.
Secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) che ha condotto uno studio in 15 paesi, tra cui l’Italia, la prevalenza dei disturbi depressivi varia dal 4 al 29%; dal 50 all’85% dei casi vi è la tendenza ad una ricaduta dopo il primo episodio depressivo; il 60% dei suicidi è da attribuire a questa malattia. La depressione, ha evidenziato il dottore Capozza, può essere suddivisa in sette tipologie: la depressione maggiore, la depressione maggiore ricorrente, il disturbo bipolare, la distimia, la reazione depressiva, la depressione secondaria a malattie organiche, la depressione indotta da farmaci. Solo le prime quattro possono però essere considerate vere e proprie depressioni. Tra i farmaci che inducono i sintomi depressivi sono annoverati gli antiipertensivi, gli antistaminici, gli antiulcera, le benzodiazepine, i contraccettivi orali, l’interferone. Invece, le malattie associate a questi stati sono soprattutto quelle degenerative del sistema nervoso, l’ictus cerebrale, le neoplasie, le malattie legate alle ghiandole endocrine.
Non sempre, ha sottolineato il direttore del servizio di salute mentale, la diagnosi è accertata, anche perché inizialmente i pazienti si rivolgono al medico di base e soprattutto sono molto bravi a mascherare i sintomi. In questo caso, ciò che rende difficile il riconoscimento sono le limitate conoscenze teoriche, la scarsa disponibilità di tempo del medico di base e il fatto che spesso i disturbi psichici sono riconosciuti come disturbi organici.
Tuttavia, ha aggiunto Capozza, la depressione non può essere solo valutata per i tipici sintomi psicologici (alterazione del tono dell’umore, insonnia, perdita di appetito e il suo contrario) in quanto essa si accompagna ad alterazioni della massa corporea, della risposta immunitaria e ad un maggiore rischio di malattie cardiovascolari. Oppure all’osteoporosi, come ha illustrato il dottore Cizza nella sua lezione magistrale.
I presupposti che hanno permesso l’inizio della ricerca illustrata dal dottor Cizza, sono stati forniti da due casi clinici speculari: un uomo di 37 anni boliviano e una donna di origine greca di 41 anni. Entrambi stressati, carichi di superlavoro, due casi in cui la sindrome depressiva si accompagnava all’osteoporosi. Le ricerche condotte presso l’Istituto di ricerca di Bethesda dal ricercatore Giovanni Cizza hanno dimostrato che i soggetti che soffrono di depressione presentano elevate concentrazioni di cortisolo plasmatico il quale provoca una perdita di massa ossea.
Ma da cosa deriva l’elevata produzione di questo ormone? Nel nostro sistema nervoso il quartiere generale di risposta allo stress, come simpaticamente è stato definito dal neuroendocrinologo, è rappresentato da alcune parti anatomiche chiamate corteccia prefrontale, ippocampo e amigdala. Da questi partono, in base a determinate risposte emotive, gli stimoli verso l’asse ipotalamo-ipofisario. Il rilascio di un fattore chimico ipotalamico stimola l’ipofisi a produrre l’ormone adenocorticotropo (Acth) il quale, a sua volta, stimola la corteccia surrenale a produrre cortisolo.
I fattori che determinano la depressione possono essere di natura ambientale o genetica. Uno studio pubblicato su Science, ha riferito il dottor Cizza, dimostra che esiste un gene (denominato gene di Woody Allen) in due diverse forme: corta e lunga. Gli individui che presentano il gene di forma allungata sono resistenti allo stress.
Oggi la depressione, sostiene il ricercatore crotonese che con sommo piacere di tutti è entrato a far parte del comitato scientifico del Sant’Anna, è una malattia molto comune che colpisce il 5-9% delle donne e l’1-2% degli uomini. Dai dati dell’ultimo censimento svolto negli Usa, si ritiene che 360.000 donne di età compresa tra 21 e 45 anni abbiano un’osteoporosi non diagnosticata. I meccanismi che la determinano sono associati all’elevata secrezione di cortisolo plasmatico durante uno stato di stress acuto.
Riguardo alla perdita di massa magra e all’aumento di massa adiposa nei soggetti depressi, il dottore Cizza ha rilevato che il tessuto adiposo non è affatto un organo passivo ma un vero e proprio organo endocrino che produce un ormone chiamato leptina scoperto nel 1995. Le sue quantità risultano più elevate in coloro che soffrono di depressione e può essere responsabile di alcuni disturbi dell’appetito. Altra conseguenza metabolica della depressione è una maggiore produzione di citochina, una proteina associata a disturbi di tipo circolatorio.
L’equipe del dottor Giovanni Cizza oggi sta sperimentando un nuovo farmaco per combattere la depressione: l’Antalarmina, un’antagonista del fattore prodotto dall’ipotalamo che permette di diminuire la risposta allo stress acuto.

1900-01-01 00:00:00