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Saviano si fa personaggio per denunciare la camorra
L'adattamento teatrale del best seller di Roberto Saviano è andato in scena al teatro Apollo di Crotone gli scorsi giovedì 16 e venerdì 17 febbraio nell’ambito del cartellone del Teatro Stabile di Calabria.

Si muovono come scimmie in una gabbia i protagonisti di ‘Gomorra’, l’adattamento teatrale del best seller di Roberto Saviano.  I personaggi usciti dalla romanzo denuncia di Saviano si districano agilmente, nello spettacolo, tra i ponteggi di ferro di uno dei tanti cantieri edili che, da sempre, rappresentano una delle miniere della camorra. Agili, scattanti, quasi circensi quando si slanciano da un ferro all’altro, si muovono come animali nel proprio habitat, ma in realtà sono in gabbia: schiavi delle sostanze stupefacenti che assumono per restare sempre svegli, vigili contro gli attacchi di organizzazioni concorrenti e della polizia; schiavi, soprattutto, di un sistema dal quale non è possibile uscire puliti e tantomeno vivi.
Sono novanta intensi minuti di concitata ed ottima recitazione quelli messi in scena dalla compagnia ‘Gli ipocriti’. Tutti straordinari i giovani attori in scena, tra cui si riconosce Adriano Pantaleo, il simpatico ‘Spillo’ della fiction ‘Amico mio’, con Massimo Dapporto, andata in onda negli anni Novanta su Rai Uno che in ‘Gomorra’ è l’iperattivo ‘Kit kat’, ragazzino sfrontato ed incosciente, che nel malaffare vede l’unica valida alternativa alle poche centinaia di euro che sono in grado di offrirgli i lavori “onesti”, se così si possono chiamare gli impieghi malpagati e a nero che datori di lavoro altrettanto “malavitosi” offrono, anche qui da noi, a tanti ragazzi come lui. ‘Kit kat’ ha come modello ‘Pikachu’ che nell’organizzazione è appena un gradino al di sopra di lui e di ciò si vanta, sognando una “carriera” nel malaffare, un arresto eclatante da star della camorra tra il delirio delle ragazzine, e una morte dignitosa: “Voglio morire come muore un uomo: ucciso!”, afferma ‘Pikachu’ per poi aggiungere di preferire un colpo in testa, piuttosto che all’addome e in un luogo non troppo affollato per non doversi mostrare vulnerabile agli occhi della gente, mentre la naturale paura di morire gli comparirà sul volto. ‘Kit kat’, invece, cerca un suo ruolo nell’organizzazione: prima spaccia, poi si dedica al trasporto di rifiuti ed infine inforca un’arma e si mette a rapinare le coppiette appartate in macchina, finendo per rimetterci la pelle.
Da registrare anche la partecipazione di Ernesto Mahieux, nei panni di don Pasquale, il sarto costretto dal clan ad insegnare l’arte del cucito ai cinesi, depositario dei segreti di un’arte che però non l’aiuta ad emergere, ma anzi lo tiene nell’ombra e lo rende oggetto di umiliazioni e di sberleffi.
Tra gli energici e convincenti attori anche Ivan Castiglione, che insieme a Mario Gelardi ha avuto l’idea di portare in teatro il soggetto del libro prima ancora che questo arrivasse alle stampe. In questo spettacolo, scritto a quattro mani da Gelardi e Saviano, Castiglione interpreta proprio il giornalista e scrittore: il sipario si apre  sul discorso che Saviano fece a Casal di Principe nel settembre del 2006, in occasione di una manifestazione sulla legalità che vide la partecipazione dell’allora presidente della Camera Fausto Bertinotti. In quella manifestazione, simile a quelle che anche qui in Calabria e a Crotone le istituzioni organizzano con periodica frequenza, Saviano, con le sue affermazioni sul clan dei casalesi, si “guadagnò” la scorta. Ivan Castiglione ripercorre con veemenza interpretativa, assumendo molti degli intercalari, dei gesti e dei movimento del vero Saviano, i passaggi più salienti di quel memorabile intervento, toccante quanto vero. “Non bisogna avere paura; capire è l’unico modo per difendersi”, afferma, tra l’altro, Castiglione-Saviano nel monologo di apertura e proprio per capire il mondo della camorra, il narratore entra fisicamente nella storia, accompagna la platea alla scoperta dei variegati business della malavita campana. Il personaggio interpretato da Castiglione rappresenta il punto di congiunzione tra lo spettatore e i personaggi in scena, una sorta di Caronte che traghetta la platea nelle “piazze di droga”, nei quartieri in cui i boss si arricchiscono gestendo traffici di droga, di cinesi, di stoffa, di rifiuti, mentre la manovalanza si sporca le mani di droga e di polvere da sparo, mentre i “visitors”, i tossicodipendenti, rischiano la vita provando per loro le partite di droga. A non sporcarsi le mani sono, invece, i colletti bianchi, come lo “Stakeholder”, con tanto di laurea alla Bocconi e successivo master, e Mariano, anche lui laureato, che prova un senso di onnipotenza imbracciando un kalashnikov.
Saviano in scena non è solo un osservatore, ma un personaggio ricco di pathos: vive con insofferenza e dolore le storie che si intrecciano attorno a lui con un ritmo serrato che dà, insieme alla scenografia fatta di ponteggi, secchi, sacchi di cemento e piloni che nascondono morti, un senso di claustrofobia allo spettatore. Ad intrecciarsi con la scenografia di Roberto Crea ed il racconto ci sono le videoproiezioni di Ciro Pellegrino. Le musiche sono di Francesco Forni, i costumi di Roberta Nicodemo, le luci di Silvio Ruocco.
Sara Grilletta