Cutro, luce sugli omicidi nella guerra tra le cosche



In principio c’era solo Antonio Dragone, a Cutro come in Emilia; poi, approfittando anche della detenzione del vecchio boss del quale era stato luogotenente, si è fatto avanti Nicolino Grande Aracri. Una convivenza impossibile, sfociata in una cruenta lotta che negli anni ha lasciato sul terreno decine di morti ammazzati in tutto il crotonese. Una guerra che ha ripreso vigore soprattutto quando Totò Dragone il 4 novembre del 2003 è tornato in libertà: prima vittima Salvatore Blasco, fedelissimo di Grande Aracri. E che ha registrato un momento cruciale dello scontro con il plateale agguato nel quale è stato giustiziato lo stesso boss.
Sono proprio questi due ultimi delitti il fulcro principale dell’indagine avviata dalla procura distrettuale antimafia di Catanzaro e sfociata nell’operazione che all’alba di venerdì ha portato all’arresto di due persone ed al fermo di indiziato di delitto di altre cinque. Un’indagine nella quale è confluito un complesso lavoro di intelligence al quale hanno preso parte gli investigatori della Polizia di Stato e quelli dell’Arma dei carabinieri, che si è avvalsa degli elementi raccolti in Emilia come nel territorio di Cutro, Isola Capo Rizzuto, Crotone. A dargli una chiave di lettura unitaria è stato il sostituto procuratore distrettuale antimafia Sandro Dolce che aveva chiesto l’arresto di 13 persone accusate, a vario titolo, di aver preso parte agli omicidi Blasco e Dragone, ma anche di aver imposto tangenti ad imprese che operano in Emilia Romagna. Il giudice distrettuale delle indagini preliminari Barbara Fatale, tuttavia, ha ritenuto che vi fossero gravi indizi di colpevolezza solo nei confronti di due persone. La prima è Giovanni Abramo, 29enne di Cutro, accusato di aver avuto un ruolo nell’agguato ad Antonio Dragone e dunque dell’omicidio del vecchio boss e del tentato omicidio delle due persone che lo accompagnavano, l’autista e il nipote. E ancora Abramo è accusato di concorso nella detenzione delle armi usate per il delitto, compresi due bazooka e una pesante mazza ferrata, e della ricettazione delle auto usate dai killer per la fuga, una Thema e una Passat.
Agli arresti domiciliari è finito, inoltre, Pietro Ciampà, 34 anni, cutrese residente a Reggio Emilia, accusato della detenzione illegale di una pistola.
Il gip Fatale ha invece rigettato la richiesta di arresto per cinque persone accusate dell’omicidio di Salvatore Blasco, ma anche per le altre che rispondono delle estorsioni. Ciononostante il pm Dolce non si è arreso: ha raccolto le testimonianze degli imprenditori che sarebbero stati taglieggiati ed ha disposto, di concerto con il procuratore della repubblica di Catanzaro Mariano Lombardi, il fermo di cinque persone, tutte di Cutro. Si tratta di Antonio Dragone, 19 anni, omonimo nipote del boss; Salvatore Ciampà, 59 anni; Giuseppe Arabia, 39 anni, residente in provincia di Reggio Emilia; Alfonso Paolini, 52 anni, residente a Reggio Emilia; e di un giovane che all’epoca dei fatti era ancora minore. Sono tutti accusati di estorsioni e tentate estorsioni; Dragone, Arabia e il minore anche di associazione mafiosa.
Negli atti dell’indagine della Dda viene delineato lo scenario entro il quale si collocano, con logica successione, gli episodi delittuosi degli ultimi anni. A partire dai propositi di vendetta e di ritorno al ruolo di egemonia che Antonio Dragone manifesta quand’è ancora detenuto. In quegli anni, infatti, è stato ucciso il figlio Raffaele e il fidato Salvatore Arabia; delitti che Dragone attribuisce senza dubbio al clan rivale di Grande Aracri. Una volta riacquistata la libertà – si legge negli atti dell’inchiesta – il boss ha ovviamente necessità di raccogliere i fondi per l’esecuzione del suo progetto. E va a cercarli in quella regione che già tanti anni prima era stata un suo feudo. La via prescelta è quella di imporre ad imprenditori di Reggio Emilia, originari di Cutro, il versamento di somme di denaro o, comunque, di costringerli a subappaltare lavori o ad acquistare materiale per l’edilizia dalla ditta Artedile gestita da Giuseppe Arabia. E’ lo stesso Dragone a dirigere le operazioni prima che sulla scena compaia anche il giovanissimo nipote che porta il suo stesso nome.
Grazie alle estorsioni, dunque, il vecchio boss riorganizza le fila della cosca e organizza la vendetta contro il suo acerrimo nemico Grande Aracri. Il 5 marzo del 2004 a Steccato di Cutro, a colpi di fucile calibro 12, viene ucciso Sergio Iazzolino, 38 anni, di Sersale, ritenuto un elemento di spicco della criminalità catanzarese vicino a Grande Aracri. Passano pochi giorni e il 22 marzo, davanti alla sua casa di Cutro, viene ucciso Salvatore Blasco, 44 anni, ancora a colpi di fucile calibro 12. Blasco era stato scarcerato due giorni prima per decorrenza termini, malgrado la condanna a 12 anni e 4 mesi inflittagli nel processo Scacco matto.
La risposta, eclatante arriva il successivo 10 maggio e viene affidata addirittura ai bazooka che fanno la loro comparsa nell’agguato di tipo militare contro Antonio Dragone; restano illesi l’autista e un giovane nipote. Giovanni Abramo, uomo del clan Grande Aracri, finisce nei guai per colpa di un telefonino ritrovato dai carabinieri nei pressi di una delle auto utilizzate dai killer per la fuga. Per gli inquirenti non ci sono dubbi; al termine di una complessa indagine si convincono che ad averlo perso è stato proprio Abramo.
Gli uomini del clan Dragone, sostengono gli inquirenti, sono comprensibilmente disorientati per la perdita del capo ma non si rassegnano. In una conversazione intercettata Antonio Dragone e Giuseppe Arabia parlano “della necessità di recarsi al più presto in Germania per prendere un lanciamissili” segno anche di solidi collegamenti all’estero.
E invece non è ancora finita per il clan Dragone. Il 23 settembre di quello stesso anno sulla strada che da Crotone conduce a Cutro viene assassinato con quattro colpi di pistola Gaetano Ciampà, 47 anni, genero di Antonio Dragone.
Una scia di sangue che secondo l’ipotesi formulata dai magistrati della Dda si allunga fino al passato più recente. Il 17 agosto di quest’anno, ai confini con il territorio di Cutro, vengono uccisi i cognati Felice Onofrio, 33 anni, e Maurizio Ferraro, 34 anni, entrambi di Marcedusa ma ritenuti vicini alla cosca Grande Aracri. Le troppe analogie con l’agguato ad Antonio Dragone per gli inquirenti sarebbero una sorta di firma.
Domenico Policastrese

Ultima modifica: 5 maggio 2017