Da grandi lavoreremo la terra

marine-park-village-scifo-02Basta chiamare le cose con il loro vero nome per evitare di prendere in giro se stessi e gli altri. Prendiamo, per esempio, il Marine Park Village, lo scempio ambientale in corso, con il consenso delle istituzioni, a Scifo. Continuano a propinarcelo come un agriturismo, ma di agricolo ha ben poco. Quella è solo una struttura turistica: anche il magistrato che ha proceduto pochi giorni fa al dissequestro dello sbancamento per la discesa a mare (articolo a seguire), scrive nel decreto di restituzione dell’area “costruendo insediamento turistico”.

Il problema è che senza l’appellativo di agrituristico il Marine Park Village non farebbe molta strada. O forse la farebbe lo stesso, in una regione dove le determine dei dirigenti hanno il potere di derogare alle leggi ordinarie dello Stato. Tuttavia i titolari hanno preferito la via più agevole, consigliata anche dal Piano regolatore generale, che con la scusa della tutela delle zone agricole e della possibilità di avviare, accanto alla tradizionale lavorazione della terra ed all’allevamento del bestiame, attività ricettiva nei limiti restrittivi della normativa sull’agriturismo, ha spianato la strada all’urbanizzazione del promontorio di capo Colonna. Agrituristi a tutti i costi, quindi, pur non avendo mai preso una zappa o un rastrello in mano. Ed i fratelli Scalise, proprietari dei terreni e della costruenda mini Valtur sotto mentite spoglie, hanno fatto di tutto per passare come agricoltori. A quanto pare, però, nessuno li ha presi in considerazione, almeno fino a quando la magistratura ha tenuto accesi i riflettori su Scifo. D’altronde, anche le pietre sanno che commerciano articoli sportivi, attività ereditata dal padre alla quale hanno poi accostato quella di operatori turistici con la scalata al Palumbo Sila che li ha portati dalle piste di sci alle scrivanie di vertice. Per la verità qualcuno li ha presi in considerazione, salvo scoprire che la certificazione di ‘persona dedita abitualmente alla lavorazione della terra’ non era supportata da accertamenti e quella di imprenditore agricolo professionale non aveva riscontri.

E’ noto, o almeno dovrebbe esserlo, che l’attività agrituristica può essere esercitata esclusivamente dagli imprenditori agricoli. Per questo motivo il primo atto che necessita è la certificazione della Polizia municipale nella quale si attesta che la persona tal dei tali ‘dedica direttamente ed abitualmente la propria attività alla lavorazione manuale della terra’. A quanto pare i due imprenditori la certifi- cazione ce l’hanno, ma, diversamente da quanto riportato nei certificati e nel re- gistro di protocollo – dove qualcuno ha annotato che il 31 agosto 2006 sono stati depositati i verbali delle ispezioni presso i coltivatori manuali della terra Arman- do e Salvatore Scalise – non esiste agli atti un documento che attesti gli accertamenti della Polizia municipale. Insomma, non c’è traccia di verbali; inoltre, sembra che l’annotazione relativa ad uno dei due fratelli sia stata riportata su un’altra scritta che gli inquirenti avrebbero letto come “riservato”. Entrambe le annotazioni, numeri 232 e 233, sono firmate da un tale Senatore.

In calce alle certificazioni, cioè la patente di lavoratori manuali della terra, sulla firma “il dirigente di Polizia municipale dr. Antonio Ceraso” compare una sigla che Ceraso, all’epoca comandante dei vigili urbani, non ha mai riconosciuto come sua. Ed infatti quello sgorbio tracciato a penna era dell’ex tenente di Polizia municipale Elio Senatore, che se ne assunse la paternità negando di avere però svolto gli accertamenti richiamati nei certificati. Insomma, quelli hanno chiesto di essere classificati come agricoltori e sono stati accontentati, ma senza che qualcuno si prendesse la briga di verificare il possesso dei requisiti, nonostante mezza città (tranne, a quanto pare, i vigili urbani) sia a conoscenza dell’attività svolta dai due fratelli, quantomeno in maniera prevalente.

Per il rilascio del permesso di costruire in casi come questo è necessario essere imprenditore agricolo professionale, qualifica che evita, peraltro, la corresponsione degli oneri concessori al Comune, quantificati nel caso del Marine Park Village in 90.921 euro. Il via libera urbanistico è stato rilasciato il 20 dicembre 2011, due mesi dopo che la Provincia aveva rilasciato il certificato di imprenditore agricolo professionale a Salvatore Scalise, la cui richiesta risaliva all’anno precedente. Un tempismo perfetto, se non fosse che, a differenza della certificazione di coltivatore manuale della terra, quella di imprenditore agricolo professionale comporta l’iscrizione alla gestione previdenziale per l’agricoltura. Circostanza che, a seguito dell’attività ispettiva di vigilanza dell’Inps, ha portato subito alla cancellazione dell’interessato dalla gestione imprenditori agricoli ed alla conseguente iscrizione in quella commercianti. Preso atto degli accertamenti dell’Istituto, il 24 marzo dello scorso anno la Provincia ha revocato la qualifica di imprenditore agricolo professionale con effetto retroattivo.

Una sanatoria postuma sblocca il sequestro preventivo del costone sventrato

La magistratura ha dissequestrato l’area a valle del Marine Park Village disponendone la restituzione ai fratelli Scalise, che hanno bisogno di uno sbocco sulla spiaggia per il costruendo insediamento turistico di punta Scifo. I sigilli erano scattati a gennaio dello scorso anno a seguito di una serie di lavori abusivi che avevano portato allo sbancamento del costone roccioso per fare posto ad una pista in terra battuta, terrazzamenti e ad una massicciata, in parte sul demanio e sulla fascia di rispetto dei trenta metri. Il Comune ne aveva ordinato la demolizione con conseguente ripristino dello stato dei luoghi, ma è bastata una mini sanatoria per archiviare Le violazioni delle norme urbanistiche, della legge sulle aree protette, la parziale occupazione e la realizzazione di interventi non autorizzati sul demanio e sulla fascia dei trenta metri si sono dissolte come neve al sole. La Soprintendenza ai beni architettonici e paesaggistici ha rilasciato il nullaosta che mancava, dopodiché dal Dipartimento ambiente della Regione è partita una determina dirigenziale che ha derubricato l’abuso lasciando a carico degli autori solo la sanzione pecuniaria.

Il sostituto procuratore Francesco Carluccio ha fatto ricorso alla causa di estinzione del reato paesaggistico in conseguenza dell’emanazione del nullaosta della Soprintendenza che, benché postumo, ha accertato la compatibilità paesaggistica dell’intervento. Il presupposto è che i lavori, ancorché realizzati senza il via libera della Soprintendenza e pur insistendo su aree tutelate per legge, rientrano nella categoria degli interventi minori, poiché non hanno comportato un aumento delle volumetrie.
 Sembra uno scherzo, ma è così. Uno scherzo perché, guardando la foto a lato che ritrae l’ampia portata dello scempio perpetrato a Sci- fo, non si capisce come si faccia a parlare di interventi minori, tantomeno quale sia il ruolo della Soprintendenza al ramo, un ente inutile quanto dannoso nel momento in cui definisce compatibile da un punto di vista ambientale uno sfregio di quel genere. Epperò non ci sono aumenti di volumetrie, lo dice anche il magistrato che ha revocato il sequestro preventivo dello scorso anno. Povera Scifo. E povera capo Colonna: il peggio, infatti, deve ancora venire.

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Ultima modifica: 23 maggio 2017