Marine Park Village carte volanti e contratto col morto

marine-park-village-scifo-03All’inizio non si sapeva dove sarebbe sorto: Scifo dicevano, ma su alcune carte c’era scritto Alfiere. A dirla tutta, alcune richieste di autorizzazione erano finalizzate alla realizzazione di un campeggio (non di un agriturismo né di un villaggio turistico) in località Alfiere. Una svista? Può darsi, anche se la circostanza che è stata reiterata sarebbe stata per Agata Christie una coin- cidenza da non sottovalutare. E non aveva tutti i torti: da un punto di vista urbani- stico tra Scifo ed Alfiere c’è differenza, laddove la prima località è sottoposta a vincolo archeologico, Alfieri è l’unica zona del promontorio Lacinio destinata a grandi attrezzature alberghiere; un vincolo tutorio, di cui è facile sbarazzarsi con un saggio superficiale. Ma pur sempre una rogna, anche sotto il profilo economico: gli archeologi, in questi casi, costano. E poi, guarda caso, la dicitura località Alfiere compare proprio nelle richieste di autorizzazione alle soprintendenze archeologica e beni architettonici e paesaggistici. Un tentativo di depistag- gio? No, diciamo che siamo di fronte ad uno dei tanti ‘equivoci’ che hanno accompagnato e continuano ad accompagnare l’iter autorizzativo del Marine Park Village, l’insediamento turistico dei fratelli Scalise in via di realizzazione a punta Scifo.

Pochi sono a conoscenza della circostanza che l’ente che avrebbe dovuto maggiormente controllare per via della presenza di resti monumentali come la masseria Caracciolo (ancorché in cattive condizioni) e la torre dei Lucifero, oltre che per la tutela del paesaggio, non si è mai espresso. A Cosenza, sede della Soprintendenza ai beni architettonici e paesaggistici, hanno preferito farsi scudo con l’autorizzazione paesaggistica rilasciata dalla Provincia, grazie al silenzio-assenso entrato in vigore dopo sessanta giorni dal ricevimento della pratica da Crotone. Il progetto, in parole povere, è stato esaminato in ritardo, cosicché sono saltati i tempi dettati dalla normativa. Lo spiega una nota rinvenuta dagli inquirenti tra gli elaborati progettuali depositati presso la Soprintendenza; un appunto manoscritto di accompagnamento all’incartamento: “La pratica è stata istruita il 22.12.2008 come tu sai mentre è stata protocollata con grave ritardo [il] 19.01.2009, quando la stessa scadeva il 31.12.2008”. L’appunto è firmato, ma gli inquirenti non sono riusciti ad indivi- duare l’autore. In compen- so hanno scoperto che lo stesso giorno in cui è stata registrata la pratica, alla Soprintendenza è stata protocollata una nota indirizzata alla Provincia nella quale si riferisce che la pratica è carente, l’autorizzazione paesaggistica rilasciata dall’ente intermedio manca di alcuni documenti, in attesa dei quali il progetto “è da ritenersi temporaneamente sospeso ad ogni effetto di legge”.

Teoricamente la nota avrebbe dovuto bloccare l’iter, se solo fosse arrivata a destinazione, ma alla Provincia di Crotone non l’hanno mai vista. Il sospetto è che la nota, pur protocollata, non sia mai partita da Cosenza e la sospensione temporanea della richiesta si sia persa nelle nebbie della Sila, mentre scattava il meccanismo del silenzio-assenso che validava il parere paesaggistico favorevole rilasciato dalla Provincia. Una comica, se non fosse che siamo in uno stato di diritto e non nel cuore della giungla dove vige la legge del più forte.

Non va meglio sul fronte archeologico. L’autorizzazione c’è, ma non sono state rispettate le prescrizioni. Innanzitutto la mancata comunicazione dell’avvio dei lavori, che ha portato l’ex soprintendente Simonetta Bonomi (anche a seguito di una visita degli inquirenti nella sede di Reggio Calabria) a reiterare ai privati l’obbligo di attenersi alle disposizioni impartite dal suo ufficio. Il nullaosta è stato rilasciato dall’allora responsabile di zona Maria Grazia Aisa, secondo cui l’area sarebbe edificatoria e comunque, pur non essendoci materiale archeologico affiorante, si tratta di un sito da tenere sotto controllo per via degli studi, a partire dalla fine degli anni Ottanta, dell’Università di Austin, Texas, che proprio a punta Scifo individuarono materiale ceramico che faceva presupporre una frequentazione antica del sito. Da qui le prescrizioni che bisognava concordare con la Soprintendenza e che invece i titolari del Marine Park Village hanno ignorato dando il via ai lavori. Solo di recente sono tornati sui loro passi ed hanno com- missionato una serie di saggi che sembrano aver dato esito negativo.

Anche su questo fronte, quindi, non mancano gli ‘equivoci’; il più marchiano prende le mosse quando la Aisa asserisce di avere personalmente visionato il progetto dell’insediamento turistico e che l’incartamento si trova a Reggio Calabria. Negli uffici regionali del ministero dei beni culturali non c’è però traccia di progetti, tranne la richiesta dei due imprenditori crotonesi per il rilascio dell’autorizzazione alla realizzazione “di un campeggio in località Alfiere [aridaglie] di capo Colonna” protocollata in entrata; gli impiegati hanno provato a cercare l’incartamento, ma inutilmente, così come non c’era traccia di alcune note inviate dalla Provincia di Crotone, a quanto pare mai giunte a destinazione.

Ci fermiano qui, crediamo che ce ne sia abbastanza per capire che il Marine Park Village non avrebbe mai dovuto nascere a Scifo ed invece è stato fatto di tutto per farlo sorgere proprio in quel posto dove lo volevano i fratelli Scalise. E nasce con i crismi della legalità, poiché i nullaosta, in un modo o nell’altro, li ha avuti; la stessa magistratura non ha ravvisato nel lavoro svolto dagli investigatori estremi di reato. Consentiteci, però, un’ultima sottolineatura riguardo ai terreni interessati dall’insediamento turistico, passati di mano, con formale atto di compravendita registrato il 22 settembre 2010, dagli eredi di Giuseppe Zurlo ai fratelli Armando e Salvatore Scalise. L’atto è anteriore al rilascio del permesso di costruire (20 dicembre 2011) ma successivo alla richiesta (10 luglio 2008); richiesta che può essere inoltrata solo dal proprietario del fondo o da chi ha titolo per richiedere il nullaosta urbanistico. Ed infatti tra le carte del passaggio di proprietà è stata rinvenuta una scrittura privata con la quale Giuseppe Zurlo autorizzava i due fratelli “a richiedere documentazioni relative al fondo di sua proprietà”, “a varare progetti e quant’altro inerente all’apertura di qualsiasi attività sul fondo, immettendoli nel possesso alla data pro-tempore (12 ottobre 2010)”. La scrittura è stata stipulata il 12 ottobre 2008 e registrata il 24 dello stesso mese. Tutto regolare, se non fosse che uno dei contraenti, il signor Zurlo, risulta deceduto il 28 giugno 2008, quattro mesi prima della firma del documento.

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Ultima modifica: 7 maggio 2017