| Si sono fatte attendere le motivazioni della sentenza della Corte d’Appello di Catanzaro che il 28 settembre scorso ha deciso sul ruolo avuto da ben 49 persone - tutte quelle che un anno prima avevano scelto il giudizio abbreviato in luogo del dibattimento (tuttora in corso) ed erano state giudicate nella maggior parte dei casi molto severamente dal giudice Tiziana Macrì - nel processo scaturito dall’operazione “Puma”. Ma la ragione del ritardo è evidentemente nella mole di lavoro che si è resa necessaria. Cioè nelle 276 pagine scritte dal giudice relatore Giovanni Garofalo con cui la Corte d’Appello presieduta da Fabrizio Cosentino (l’altro giudice a latere era Donatella Carcea) per fissare le responsabilità o per spiegare l’innocenza degli imputati rispetto alle centinaia di contestazioni avanzate dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro per il reato di associazione mafiosa o per reati comuni pur sempre aggravati dal metodo mafioso o dalla finalità di favorire l’organizzazione criminale ritenuta operante nella località turistica Praialonga.
La sentenza si può dividere in due se non in tre parti. La Corte, infatti, affronta subito il tema dell’esistenza di un’associazione mafiosa che aveva il controllo delle attività di Praialonga confermando che “gli elementi acquisiti consentono di ritenere provata la penale responsabilità degli associati per il reato contestato e di confermare in toto - ad eccezione della posizione di Piscitelli - la sentenza di primo grado sia con riguardo alla sussistenza del vincolo associativo sia con riguardo alla posizione dei singoli partecipi”.
Poi tratta il tema più delicato e controverso, quello del concorso esterno nell’associazione mafiosa contestata a imprenditori, uomini politici e rappresentanti delle istituzioni: su questo argomento lo scontro fra l’accusa (rappresentata dal pubblico ministero Pierpaolo Bruni) e la difesa (gli avvocati Vincenzo Ioppoli, Francesco Verri e Luigi Sciumbata) in primo grado era stato, pur nei limiti della dialettica processuale, violentissimo, ma alla fine il giudice Macrì aveva sposato la tesi colpevolista. Una tesi clamorosamente bocciata, invece, dalla Corte d’Appello, alla quale i difensori avevano chiesto di prendere posizione su una interpretazione dell’istituto del concorso esterno ritenuta eccessivamente elastica. In ultimo la Corte si occupa delle ipotesi di corruzione contestate all’ex assessore regionale all’agricoltura e forestazione Dionisio Gallo e ai suoi più stetti collaboratori.
Anche il servizio dedicato dal nostro giornale alla sentenza sarà quindi suddiviso in tre parti e seguirà lo schema prescelto dalla Corte d’Appello di Catanzaro.
Secondo la Corte, intanto, dagli atti emerge chiaramente l’esistenza di un’associazione criminale, capeggiata dalla famiglia Maesano di Isola Capo Rizzuto avente “posizione egemonica”. Il suo “principale scopo” sarebbe “costituito dall’assunzione della gestione e del controllo di attività economiche e remunerative, precisamente di quelle connesse alla gestione del villaggio turistico di Praialonga, fonte sicura di considerevoli introiti, per centinaia di migliaia di euro”. Ma queste mire non riguardano solo un villaggio. Sempre secondo i giudici catanzaresi è provato, infatti, anche “il controllo da parte di gruppi di criminalità organizzata degli insediamenti turistici della costa ionica, nella provincia di Catanzaro e in quella di Crotone (similari a quelli di Praialonga)”. Così, nel provvedimento vengono rievocate e trascritte centinaia di intercettazioni nelle quali la gestione di Praialonga viene definita “un bel business” (dall’ex amministratore del condominio Luigi Bumbaca) e i presunti associati si vantano di “essere tutto un gruppo lì dentro”, “tutti una pigna” per cui gli altri, quelli che vorrebbero ostacolare i loro piani (come Stefano Forleo, l’amministratore sostituito da Bumbaca) o vogliono fare i loro affari senza tenere conto degli equilibri mafiosi (come Raffaele Vrenna, il noto imprenditore assolto dall’accusa di concorso esterno nell’associazione della quale il giudice dell’udienza preliminare, sulla base delle stesse carte processuali, lo aveva invece ritenuto responsabile), “devono stare sotto” e “devono stare fermi”. Né - ascoltati notte e giorno dai carabinieri di Crotone - costoro fanno mistero, parlando, di “avere un bel giro” e di avere l’ambizioso progetto di “menare tutti” dalla loro parte.
L’ansia di ricchezza viene ad ogni modo soddisfatta - secondo la ricostruzione della Corte - anche attraverso la commissione di una serie di reati ai danni dei condomini “indotti a pagare quote di spese condominiali gonfiate” o del condominio “tramite appropriazioni o distrazioni di denaro o risorse finanziarie”, mentre l’“ordine” sarebbe stato mantenuto, fra l’altro, per mezzo delle “intimidazioni nei confronti di Forleo e di Battaglia”, quest’ultimo guardiano del villaggio prima dell’avvento della “nuova gestione”.
Particolare il metodo della presunta associazione individuato dalla Corte: essa, quando può, utilizza la persuasione invece della violenza e delle minacce, riservate ai casi più spinosi. “L’organizzazione criminale - si legge infatti nella sentenza - non si avvale della sua forza di intimidazione costantemente e soprattutto palesemente ma soltanto quando e nella misura in cui ciò si riveli assolutamente necessarie”. Insomma “vengono evitate di regola e ove possibile forme di violenza fisica o morale eclatanti o manifeste e si preferisce consapevolmente lo spontaneo stato di soggezione o di compiacenza degli interlocutori, intimiditi e condizionati dalla fama e dalla capacità criminale dei singoli componenti e del gruppo medesimo”.
Ciò non toglie che in molte situazioni la presunta cosca abbia, secondo la ricostruzione della Corte, emanato ordini insindacabili. Come in occasione dell’elezione del nuovo amministratore di condominio, quando Puccio avrebbe infatti detto a Forleo: “Professore, voi non vi dovete presentare”.
Una circostanza riferita da Forleo a un altro condomino, Giovanna Raffaelli, e ascoltata dai carabinieri i quali trascrivono così il colloquio riprodotto nella sentenza: “stamattina è venuta prima… la ‘ndrangheta… poi mi ha chiamato Puccio… c’era pure Curatola… quando Puccio mi ha detto: ‘Professore, io mi sto tirando fuori da questa situazione, perché sta diventando molto pesante e purtroppo la vogliono prendere in mano chi sapete! Attenzione che se qualcuno chiede… e la verifica, il numero legale… siete una persona intelligente… io non rispondo più di niente… Professore vi prego, se avete morti, se avete figli… e li conosco i figli vostri… vi prego: fate in modo che domani si elegga, si elegge questo Bumbaca, se no vi succede qualcosa di brutto”. Ma anche in altre occasioni la presunta associazione aveva impartito comandi perentori: Maesano Fiorello - scrivono i giudici di Catanzaro - “aveva mandato via da Praialonga un guardiano di vecchia data (dunque, con tutta evidenza, Battaglia Giuseppe), dandogli ventiquattrore di tempo per prendere la sua roba e per andare via”. Un episodio utilizzato come monito nei confronti degli stessi presunti associati, tanto è vero che Puccio, nel corso di una conversazione registrata, riferisce a Bumbaca di avere intenzione di ammonire Zicchinello, che avrebbe assunto atteggiamenti arroganti, dicendogli “le paghi in una volta!! Come l’ha pagata Battaglia”.
Praialonga sarebbe stata insomma “una giungla”, secondo la definizione di Forleo captata dagli investigatori. Esattamente il contrario dell’ “oasi di pace” descritta nell’interrogatorio successivo agli spari che avevano colpito la sua autovettura. Una giungla in cui i condomini e gli altri operatori potevano preservare il loro spazio vitale e anche concludere affari a patto di non ostacolare la presunta associazione e i suoi traffici e di rispettarne voleri e aspettative.
(l'articolo integrale sull'edizione in edicola da giovedì 29 luglio) Indietro |