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Cronaca | 29 novembre 2023, 16:25

Incidente ferroviario, la morte di Maria Pansini a bordo di quei treni 'vintage' poco sicuri

Incidente ferroviario, la morte di Maria Pansini a bordo di quei treni 'vintage' poco sicuri

Una vita professionale intera spesa lungo i binari di una delle linee ferroviarie peggiori d’Italia, la Jonica, a bordo di treni vintage, spesso ad un’unica carrozza, che probabilmente continuano a vedersi solo in Calabria. Su uno di quei treni “vintage” la capotreno Maria Pansini, a soli 60 anni, in una serata come tante altre ha concluso per sempre la sua corsa, a causa l’incidente avvenuto intorno alle 19 di martedì 28 novembre, nel territorio di Corigliano-Rossano, dove un camion rimasto bloccato al passaggio a livello è finito per scontrarsi con il treno in transito. Poteva andare molto peggio, invece i passeggeri ce l’hanno fatta a salvarsi.

Treni “vintage” su una linea ferroviaria obsoleta sulla quale si accavallano promesse politiche da decenni, quelli della Jonica, che del passato conservano, oltre che inefficienze, disservizi ed evidentemente pericoli, anche atmosfere e relazioni dense di umanità. Maria Pansini, sebbene la sua personalità austera, dettata anche dal ruolo, rientrava in tutto questo. Chiunque abbia viaggiato sulla Jonica non può non averla conosciuta con il suo squillante “Biglietto prego”. Il suo buon giorno era un rito per tanti, ogni giorno, anche alle prime luci del mattino.

In un posto in cui passano pochissimi treni, dove si viaggia su un unico binario… La capotreno era solo lei, per ogni pendolare, ogni studente. Un volto noto a tutte le stazioni della fascia jonica. Lei che restando riservata e fedele al ruolo, sapeva capire quando era il caso di tendere una mano: le innumerevoli volte in cui la biglietteria automatica della stazione di Crotone si bloccava e si era costretti a salire a bordo del treno senza biglietto col rischio di prendersi una multa, lei scendeva, verificava e poi consentiva di farlo sul treno.

A volte capitava di rischiare di perderlo quell’unico treno, soprattutto quando la viabilità verso le stazioni era osteggiata dagli eventi atmosferici. Ai pendolari di corsa che imploravano di aspettare, lei lanciava urla di incoraggiamento: “dai, dai, che siamo qui! Forza!”.

Ogni qualvolta si accumulavano ritardi e si trovava ad essere l’unica interlocutrice di un’utenza stanca di vedere e vivere circostanze improbabili: mandrie di pecore finite sotto i treni, condizionatore che emanava aria calda in pieno luglio, blocchi all’interno della galleria di Cutro, affollamenti esasperanti nei giorni di punta, lanci di pietre contro il treno, attraversamenti dei binari nelle aree di campagne da parte di frotte di migranti che andavano a lavorare al mattino presto nei campi, risse tra passeggeri, danni frequenti alla linea ferroviaria vetusta a causa del maltempo… Era sempre lei a ristabilire con tono deciso la calma e l’equilibrio, “tutti vogliamo tornare a casa – diceva – stiamo calmi e non complichiamo le cose. Non costringete all’intervento della Polizia ferroviaria”. E così calava il silenzio, aspettando la ripartenza.

Si trovava spesso a discutere con chi sul treno si ostinava a viaggiare senza biglietto o infischiandosene del rispetto per le minime accortezze da tenere in un luogo di pubblica utilità, viaggiando con i piedi suoi sedili, ostruendo aree di passaggio, lasciando sporco. Perché nei posti degradati, che puzzano di vecchio e sporco, come i treni che attraversano la Jonica, è più facile approfittarne e sentirsi legittimati a sporcare e a violare le regole della convivenza civile. Ma lei spesso diceva “questo è il treno che abbiamo, trattiamolo bene!”. Con garbo la capotreno Maria invitava alla civiltà, facendo sentire al suo interlocutore il bisogno di chiedere scusa. Quando invece incontrava un muro allora diventava severa: “devo farla scendere?”.

Per chi viaggiava e la lasciava sul trenino scendendo sembrava che il capotreno vivesse lì sopra, sempre, aspettando più di tutti tempi migliori, l’elettrificazione della linea Jonica, ad esempio, treni più veloci, accoglienti, dignitosi.

Grazie Maria, per tutti i calabresi che ogni giorno attraversano la linea Jonica tra mille difficoltà, che hanno trovato sempre il tuo buon giorno serio ma cordiale e da ora in poi non ti incontreranno più. Grazie da chi ti conosceva solo di vista, ma nella tua immagine ritrovava un personaggio familiare e si sentiva protetto durante un percorso ferroviario che inevitabilmente continua a ricordare un film in bianco e nero.

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