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|Processo Maysoon, tribunale si riserva su richiesta domiciliari. Il Pm si oppone ed accusa la stampa di condizionamento esterno
Terza udienza al tribunale di Crotone del processo all’attivista curda per i diritti delle donne arrestata con l’accusa di essere una scafista,
CROTONE – “Alla luce dell’inquinamento probatorio che emerge dagli atti acquisiti e da articoli e video postati sul caso, si esprime parere contrario”. Secondo il pubblico ministero Maria Rosaria Multari anche la stampa sta inquinando le prove del processo a Maysoon Majidi, la 28enne curda iraniana, attivista per i diritti delle donne, arrestata il 31 dicembre 2023 ed a processo per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina per lo sbarco di 77 migranti avvenuto a Gabella.
La rappresentante della pubblica accusa lo ha detto opponendosi alla richiesta di sostituzione della misura cautelare che il difensore dell’imputata, l’avvocato Giancarlo Liberati, ha fatto a conclusione di una udienza molto tesa.
Il Tribunale di Crotone ha preso cinque giorni di tempo per decidere sulla richiesta di mettere Maysoon Majidi ai domiciliari con braccialetto elettronico in una casa messa a disposizione dall’associazione Sabir. In particolare il pm, nell’opporsi alla richiesta di sostituzione della misura cautelare, ha presentato al Tribunale degli articoli di giornale sostenendo che “in questo processo diventato mediatico si è creato un condizionamento esterno ed inquinamento probatorio: non è un caso che abbiamo due testi che non si rendono reperibili per le autorità giudiziarie italiane nonostante si siano fatte tutte le ricerche usando tutti i canali e poi vanno a parlare con le Iene e con la difesa. Non ci sono le condizioni perché c’è un pericolo di inquinamento e di fuga. In questo procedimento tutta la macchina delle autorità giudiziarie italiane è stata accusata di aver fatto il falso. Alla luce dell’inquinamento probatorio che emerge dagli atti acquisiti e da articoli e video postati sul caso, si esprime parere contrario”.
Non ammettere le sit
L’avvocato Liberati ha anche presentato una istanza di non ammissibilità delle testimonianze dei due migranti che hanno accusato Maysoon Majidi in quanto “non vi era imprevedibilità allontanamento, tanto che lo stesso pm afferma che sono andati via tutti i 77 il 2 gennaio dopo decreto di espulsione. Era prevedibile che migranti si sarebbero allontanati”. Il tribunale si è riservato la decisione.
Sui due testimoni la pubblica accusa ha ribadito che sono stati cercati ovunque senza effetto. L’avvocato, per rafforzare la richiesta di non ammissibilità, a quel punto ha fatto notare che la pm aveva firmato la richiesta di incidente probatorio il 16 gennaio (quando i migranti erano già andati via tutti a detta dello stesso magistrato) e soprattutto l’ha depositata il 26 febbraio. L’incidente probatorio che solitamente è immediato per cristallizzare le prove si è svolto addirittura a maggio: ben 5 mesi dopo i fatti contestati. Infine Liberati ha annunciato che uno dei migranti che le forze dell’ordine non riescono a trovare si recherà al consolato italiano in Inghilterra per portare una dichiarazione con la quale smentisce quanto riportato nei sit.
Messaggi recuperati
Nel corso dell’udienza il presidente del Tribunale, il giudice Edoardo D’Ambrosio, ha voluto approfondire alcune questioni sulle chat dei telefonini. In particolare durante la testimonianza del consulente tecnico della Procura, l’ingegnere Fausto Colosimo, che ha estratto i dati dai telefono di Majidi e del coimputato Akturk Ufuk, gli è stato chiesto dal Tribunale di recuperare in quel momento alcuni messaggi che negli atti di indagine non apparivano interamente.
I messaggi, recuperati in pochi minuti dal consulente, sono quelli che Maysoon Majidi ha inviato a se stessa come promemoria e riguardano le richieste di aiuto economico al partito per poter affrontare il viaggio verso l’Italia dopo aver subito la truffa di un trafficante che l’ha lasciata senza soldi. Messaggi che confermano il suo attivismo contro il regime iraniano anche quando ad un certo punto scrive: “Da una parte c’è la paura dell’Iran e dall’altra quella dei servizi segreti turchi. Chiediamo a tutti amici del partito ed organizzazioni aiuto”.
Telefono acceso-spento
Il dibattimento ha fatto emergere un’altra novità: il consulente nella relazione ha sostenuto che il telefono di Majidi è rimasto acceso durante tutto il viaggio in quanto ci sono diverse chiamate non risposte.
Un dato che contrasta con quanto sostenuto dall’imputata secondo la quale il telefono è stato, invece, spento per tutto il viaggio in quanto trattenuto dagli organizzatori del viaggio.
In effetti risultano chiamate non risposte dal 25 al 27 dicembre e poi il 29, 30 e 31 dicembre. Per l’accusa sarebbe la prova che Majidi godeva di libertà in barca in quanto scafista. Peccato che nessuno avesse specificato che le chiamate ricevute sul telefono fossero chiamate whatsapp.
L’informazione è venuta fuori quando la pm ha mostrato la relazione del consulente nella quale c’erano evidenziate le date delle chiamate. A quel punto lo stesso consulente ha detto che erano chiamate whatsapp. Il presidente del Tribunale, anche su richiesta della difesa, ha chiesto al consulente di accertare se anche con il telefono spento whatsapp registra l’arrivo della chiamata e lo mostra quanto lo smartphone viene acceso.
Probabilmente non serviva neppure il consulente: noi abbiamo fatto la prova ed è proprio così. Abbiamo fatto una chiamata whatsapp ad un telefono spento che una volta riacceso ha mostrato le telefonate non risposte ricevute sull’app di messagistica. Certo resta da verificare il perché sul telefono di Maysoon Majidi ci sia una chat vuota con un numero italiano avviata dopo lo sbarco. Per l’avvocato Liberati si tratta del numero di un agente della polizia che ha fermato Majidi durante la fuga e che poi ha fatto collegare il suo telefono a quella dell’imputata per usarlo come hot spot. Il pm ha posto il segreto istruttorio sulla diffusione del numero in quanto ci sono altre indagini in corso.
Testimone protetto
Per l’ultimo testimone, l’osservatore di Frontex al quale si è rivolto uno dei migranti per indicare chi fossero gli scafisti, il pm ha chiesto di tenere l’interrogatorio a porte chiuse per la sicurezza del testimone anche in seguito ad una richiesta di altra Procura. Da quanto si è capito l’uomo ha denunciato alla Procura di Locri di aver ricevuto minacce dal titolare di una pagina instagram straniera che pubblica i video dei viaggi dei migranti. Nel corso dell’interrogatorio l’osservatore di Frontex avrebbe detto di non ricordare i fatti come ricostruito nell’indagine.
La prossima udienza si svolgerà il 22 ottobre: al banco dei testimoni ci sarà proprio Maysoon Majidi oltre al suo coimputato reo confesso che è a processo con rito abbreviato.



