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Omicidio Chimirri, il gip: il poliziotto ha implorato aiuto ma è stato sottoposto a brutale violenza

Il giudice Elisa Marchetto: il vice ispettore della Polizia di Stato era intervenuto per svolgere un atto del suo ufficio

CROTONE – Per il giudice delle indagini preliminari Elisa Marchetto che ha ordinato la custodia in carcere del padre, del figlio e dei due fratelli di Francesco Chimirri, il pizzaiolo crotonese ucciso il 7 ottobre scorso a Lampanaro con un colpo di pistola dal poliziotto Giuseppe Sortino, non ci sono dubbi che si sia trattato di “un deprecabile episodio di insensata e brutale violenza” ai danni di un vice ispettore della Polizia di Stato, intervenuto per svolgere un atto del suo ufficio, motivato dal precedente riscontro di una serie di gravi infrazioni al codice della strada che erano state commesse da Francesco Chimirri. I quattro uomini sono accusati di tentato omicidio e lesioni personali aggravate.

Schema Gatto topo

“Nello specifico – riassume il giudice – dopo una prima efferata aggressione perpetrata in danno del Sortino da parte di Chimirri Francesco, in ciò coadiuvato dapprima dal solo figlio Chimirri Domenico, e poi anche dal padre Domenico e dai fratelli Mario e Antonio, accorsi per dargli manforte, il militare, selvaggiamente picchiato anche con il proprio sfollagente da parte dei suoi assalitori, dopo aver vanamente tentato di fuggire, finiva invece intrappolato in un angolo angusto del piazzale, ove, in un disperato tentativo di difesa, esplodeva un colpo con la pistola di servizio, attingendo mortalmente Chinirri Francesco e così determinando una precaria tregua delle ostilità”.
E ancora il gip Marchetto sottolinea che nella vicenda si è verificato “l‘ossessivo ripetersi dello schema gatto-topo: in più occasioni, la vittima – reiteratamente ed a gran voce qualificatasi come appartenente alla Polizia – tentava di darsi alla fuga, di ripararsi, di sottrarsi – anche umiliandosi ed implorando – ai colpi dei suoi aguzzini; in tutta risposta questi ultimi, forti della propria appartenenza ad un branco, lo braccavano, lo stanavano (si rammenta che Sortino finiva insidiosamente intrappolato in un angolo angusto, tra due palazzine ed alcune auto, trovandosi completamente accerchiato dai suoi aggressori) e continuavano ad infierire su di lui con una violenza tanto intensa quanto priva di razionale giustificazione, una violenza che si interrompeva (seppure brevemente) soltanto con la disperata esplosione da parte di Sortino del colpo che determinava l’uccisione di Chimirri Francesco”.

Grido d’aiuto

E infatti “l’intervento ausiliatore di Chimirri Domenico (classe 1957), Chimirri Antonio e Chimirri Mario – che avevano assistito alla prima fase del pestaggio del Sortino da parte dei congiunti – determinava una netta recrudescenza dell’azione offensiva iniziata da Chimirri Francesco col figlio, che proprio a quel punto estrinsecava al suo massimo l’animus necandi condiviso dai cinque sodali verso il comune nemico, reo di trovarsi sul loro territorio, nonostante costui – già provato dalla gragnuola di colpi ricevuti – stesse invocando aiuto e fosse già in fuga”.