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Il vescovo Torriani ai preti: siate artigiani di consolazione e di speranza, nella vita del popolo e nella vita dei fratelli

Durante la Messa Crismale nella Concattedrale di Sant’Anastasia, l’arcivescovo di Crotone-Santa Severina ha invitato i presbiteri a rinnovare con autenticità le promesse sacerdotali: “Vedere, compatire, accogliere, rialzare, camminare: è in questi verbi che vibra il cuore del Vangelo”.

SANTA SEVERINA – “Oggi rinnoviamo le promesse della nostra ordinazione. Non parole da dire, ma vite da riconsegnare per essere sempre di più uomini dello Spirito, con lo sguardo che vede, il cuore che patisce, le mani che accolgono, le parole che rialzano, i piedi che camminano. E lavoriamo, impegniamoci, desideriamo che il nostro presbiterio possa essere la forma della nostra fraternità sacerdotale: vera, abitata, custodita! E non sia un accessorio del ministero, ma uno dei sui fondamenti più profondi. Perché il crisma che ci ha unto è l’olio della comunione, volto di Cristo in mezzo a noi”.
Sono le parole dell’arcivescovo di Crotone-Santa Severina, Alberto Torriani pronunciate durante la Messa Crismale svolta nella Concattedrale di Sant’Anastasia a Santa Severina, vista la chiusura per restauro della Basilica Cattedrale di Crotone.

L’intero presbiterio diocesano, arricchito da tanti sacerdoti ospiti delle varie parrocchie, ha preso posto nella navata centrale dell’antica chiesa di Santa Severina.
L’arcivescovo di Crotone – Santa Severina, monsignor Alberto Torriani, per la prima volta, ha presieduto la solenne celebrazione, durante la quale ha benedetto gli olii sacri – l’olio degli infermi con cui viene amministrato il sacramento dell’unzione degli infermi e l’olio dei catecumeni, utilizzato durante la celebrazione dei battesimi – e consacrato l’olio del crisma, la mistura di olio e balsamo profumato con cui vengono unti i battezzati e consacrati i vescovi e i presbiteri.
L’omelia dell’arcivescovo, come è consuetudine in questa celebrazione, è incentrata sul sacerdozio di Gesù, il Cristo, l’Unto, inviato per farci conoscere l’amore di Dio.

L’olio prezioso e l’urgenza del cuore

“Noi siamo radunati attorno all’altare per celebrare il cuore del nostro sacerdozio che non è un ministero solitario, non è una funzione da eseguire, ma un dono ricevuto insieme, una chiamata condivisa, è olio prezioso versato sul capo e che scende sull’orlo della veste (Sal 133). Così formulavo i miei saluti e auguri durante l’incontro con tutti voi nei giorni del mio ingresso in Diocesi. Con quell’olio profumato, non visibile, ma percepibile all’olfatto e che rende benedizione ogni respiro. Siamo qui come presbiteri, uniti nel crisma che ci ha consacrati, e spero anche desiderosi di rinnovare le nostre promesse: non come gesto rituale, ma come atto d’amore, come segno di quel «mi ha mandato» che ciascuno pronuncia con la vita tutti i giorni, nelle comunità o nei contesi in cui è stato mandato dal Vescovo”.
Vedere, compatire, accogliere, rialzare, camminare sono i verbi “stanno orientando i miei primi passi da vescovo”  e che ha ripreso “coniugandoli alla vita di ciascuno presbitero o diacono, consacrato o laico, perché dentro questi verbi vibra il cuore stesso del Vangelo e del nostro essere discepoli prima e pastori poi, presi a servizio nella Chiesa”.

Vedere

“Vedere – ha detto il vescovo – è la prima forma di amore. E per noi preti, per voi diaconi, per tutti i consacrati e le consacrate in particolare, vedere vuol dire guardare a quella porzione di popolo che ci è affidato con lo sguardo di Cristo. Vuol dire anche saperci guardare tra noi, come tra fratelli che hanno fatto della sequela di Gesù e dell’obbedienza al suo Vangelo la ragione ultima del loro esistere. Con uno sguardo che non pesa ma solleva, che non classifica ma custodisce. Uno sguardo che non si accontenta della superficie, ma sa cogliere la sete, il bisogno, il germe nascosto della grazia. Nella nostra vita ministeriale e anche in quella dei confratelli. Chiediamo oggi al Signore occhi pasquali, occhi di luce e di Vangelo, perché chi non sa più vedere così, smette di annunciare”.

Compatire

Messa Crismale vescovo Torriani

Monsignor Torriani ha evidenziato l’importanza del “Patire-con” spiegando: “Il sacerdote, il diacono, il consacrato o la consacrata, non è un esperto delle cose di Dio. Il sacerdote, il consacrato/a è un uomo o una donna attraversato dalle ferite sue e degli uomini e delle donne di questo tempo, dalle comunità o dai gruppi di questo territorio; ed è capace di abitarle, di restare accanto, di stare sotto la croce senza voltare lo sguardo altrove. Anche il vescovo ha le sue ferite: affettive, ministeriali, pastorali, emotive. Occorre imparare a dare il nome a queste ferite, a guardarle con sincerità e verità, a farle diventare luoghi della grazia, lembi di risurrezione. Questo lavoro non lo si fa da soli, ma sempre con una guida capace di verità e discernimento”.
Rivelando di aver fatto visita ad alcuni confratelli anziani e malati che gli hanno “confidato la loro felicità di essere preti, di aver donato la vita per la Chiesa e per il Vangelo”, il vescovo Torriani ha sottolineato: “Compatire è la vera grammatica della prossimità. E lo è anche nella nostra fraternità sacerdotale: ci sono stanchezze che non si vedono, solitudini che nessuno nomina, malinconie che pesano come pietre. Eppure siamo chiamati non a giudicarci, ma a sostenerci. A non lasciarci soli. A consolarci con la compassione del Maestro. Il ministero vissuto senza compassione diventa mestiere. E un prete senza cuore rischia di diventare burocrate della grazia. Noi vogliamo essere invece artigiani di consolazione e di speranza, nella vita del popolo e nella vita dei fratelli”.

Accogliere

Ai sacerdoti della diocesi il Vescovo ha spiegato che “accogliere è molto più che ricevere: è liberare, è restituire spazio, è rimettere in piedi. Le nostre comunità hanno bisogno di presbiteri con le braccia larghe, non solo per benedire, ma per far sentire che il Signore ama senza misura. Accogliere non è solo esercizio di braccia, ma modalità di pensiero: un pensare accogliente è quello che è capace di discernimento, di obbedienza prima ancora che al Vescovo, alla Vita (con la V maiuscola), all’esistenza trasfigurata dalla grazia dell’unzione. Una fraternità sacerdotale che accoglie è il segno più credibile del nostro essere discepoli. Che non vuol dire essere amici ma piuttosto consci che ogni gesto di annuncio è sempre un’azione di Chiesa. Una Chiesa così, capace di comunione dei carismi, sarà una Chiesa a cui guardare. Se ne accorgerà subito quello che viene chiamato il popolo santo di Dio. La ricerca della nostra santità sarà il servizio più vero per la santità della nostra gente. Lavoriamo, preghiamo, costruiamo una fraternità vera, concreta, che non è sentimentalismo ma personale scelta di stile: di rispetto, di parola data, di attenzione reciproca. Una fraternità dove anche l’esercizio dell’obbedienza intelligente trova il suo naturale esito e il suo quotidiano respiro”.

Rialzare

Questo è  “il verbo della risurrezione” ha detto il vescovo utilizzando le parole di Isaia «a consolare gli afflitti… a dare una corona invece della cenere».
“Rialzare chi ha sbagliato, chi si è perduto, chi ha smesso di sperare. Ma anche — con grande umiltà — rialzare tra noi chi è scoraggiato, chi si sente lasciato ai margini, chi ha perso il gusto del Vangelo. Un prete che rialza è un uomo che crede nella potenza della misericordia. E la misericordia è ciò che ci ha fatto preti. Nessuno di noi ha guadagnato questa vocazione: l’abbiamo ricevuta! E possiamo solo raccontarla rialzando ogni giorno chi ci è affidato. Solo così saremo fedeli al dono e non burocrati nel ministero. Essere preti non significa fare le cose da prete, ma vivere in pienezza la nostra umanità redenta. Come vivo allora la mia umanità? Ricordiamoci che la nostra vita è donata, vigiliamo allora su tutte quelle forme che tradiscono e rinnegano il dono della nostra vocazione. Sono tanti i modi – più o meno subdoli – in cui la nostra vita da consacrati viene defigurata: quando alla comunione preferiamo la chiacchiera o il giudizio reciproco; quando il desiderio di santità personale cede il passo a logiche mondane di possesso o accaparramento; quando la vivacità e creatività intellettuale è soffocata dal già visto o da gesti della tradizione che non sono più capaci di rendere ragione della speranza che è in noi. Quando all’esercizio fecondo e faticoso del pensiero si preferisce la sterilità della pigrizia e della superficialità”.

Camminare

L’ultimo verbo per il vescovo Torriani “è testimonianza del Regno” perché “il Vangelo non è un discorso da tenere, ma una strada da percorrere insieme ad altri. Camminare significa essere in uscita, non vivere di ricordi, non stare fermi nel «si è sempre fatto così». Il camminare insieme è la vera postura del ministero: non da soli, non avanti, non dietro… insieme. Condividendo sogni, portando pesi, cercando la volontà di Dio in fraternità nella capacità di condividere carismi e ricchezze umane e spirituali”.

Il rinnovo delle promesse

Messa Crismale vescovo Torriani

Il vescovo ha concluso con un auspicio: «Oggi si è compiuta questa Scrittura» dice Gesù. E oggi, in mezzo a questa nostra Chiesa in cammino, può compiersi davvero — se ciascuno di noi, con gioia, con umiltà, con libertà, dice ancora: eccomi! Ecco allora che quella poesia di cui vi feci dono al PalaMilone, e che parlava di inizi, e di cui un passo diceva: sarà il bello/di cominciare/con tutta l’energia rappresa/ancora intatta in gocce/tutta sospesa sopra il fare nostro; non è sfoggio di cultura o captazione di benevolenza, ma vero e proprio esercizio di speranza pasquale come al mattino di quel primo giorno della settimana, dove le donne di vangelo, spinte da un affetto profondo, da una devozione concreta, da una amore che non si rassegna, sentono l’urgenza del cuore che le rimette in cammino, in un mondo che sta ricominciando da capo in una goccia di rugiada.