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Crollo demografico in Italia: la Calabria tra le regioni più colpite dalla perdita di popolazione in età lavorativa

Studio elaborato su dati Istat dalla Cgia di Mestre. La provincia di Crotone, in percentuale rispetto alla popolazione della fascia di età considerata, si colloca al 29° posto. 

Secondo le proiezioni elaborate dall’Ufficio Studi della CGIA di Mestre su dati ISTAT, entro il 2035 l’Italia perderà circa 2,9 milioni di persone in età lavorativa, pari a un calo del 7,8% rispetto all’inizio del 2025. La fascia di popolazione compresa tra i 15 e i 64 anni, che oggi conta 37,3 milioni di individui, si ridurrà a 34,4 milioni, con impatti significativi sul tessuto produttivo e sociale del Paese.

Il progressivo invecchiamento della popolazione rappresenta la principale causa del fenomeno. Le imprese italiane, già alle prese con difficoltà nel reperire manodopera qualificata, si troveranno ad affrontare un ulteriore irrigidimento del mercato del lavoro. Il ricorso alla manodopera straniera, pur essendo in aumento, non potrà da solo compensare il deficit previsto. Le conseguenze si estenderanno anche alla crescita economica, con un possibile rallentamento del PIL e un aggravio dei costi legati alla spesa previdenziale, sanitaria e assistenziale.

Calabria: scenario critico

Nel quadro nazionale, la Calabria risulta tra le regioni più penalizzate, collocandosi al quarto posto per calo percentuale della popolazione attiva. Secondo i dati CGIA, nei prossimi dieci anni la regione perderà 139.450 lavoratori, con una riduzione del 12,1%: si passerà da 1.154.170 a 1.014.720 abitanti in età compresa tra 15 e 64 anni. La provincia di Crotone, in percentuale rispetto alla popolazione della fascia di età considerata, si colloca al 29° posto per il calo demografico. Vibo  Valentia è la provincia con la percentuale negativa più alta.

La situazione delle province calabresi

Ecco il dato delle province calabresi rispetto alla fascia di popolazione 15-64 anni.

  • Reggio Calabria: -40.142 persone (-12,4%) su di 323.417 abitanti;

  • Cosenza: -46.656 persone (-11,2%) su 422.157 abitanti;

  • Catanzaro: -27.000 persone (-13,1%) su 212.313 abitanti;

  • Vibo Valentia: -13.421 persone (-14,3%) su 93.118 abitanti;

  • Crotone: -11.444 (-11,2%) su 102.339 abitanti.

Il Mezzogiorno e le criticità occupazionali

La riduzione di oltre 1,5 milioni di persone nella popolazione attiva del Mezzogiorno, pari al 12,2% del totale, rappresenta più della metà dell’intera perdita nazionale. Sardegna (-15,1%), Basilicata (-14,8%), Puglia (-12,7%), Calabria (-12,1%) e Molise (-11,9%) risultano le regioni con le contrazioni più marcate. Va sottolineato che tutte le 107 province italiane monitorate in questo studio registreranno entro il prossimo decennio una variazione assoluta negativa confermando che il fenomeno colpirà indistintamente tutte le aree del Paese.

A livello provinciale, i cali più rilevanti si registrano a:

  • Nuoro (-17,9%)

  • Sud Sardegna (-17,7%)

  • Caltanissetta (-17,6%)

  • Enna (-17,5%)

  • Potenza (-17,3%)

La provincia di Napoli è quella che in termini assoluti subirà la perdita più elevata: -236.677 persone.

Impatti economici attesi

Le previsioni indicano che molte imprese, in particolare le micro e piccole realtà, saranno costrette a ridurre gli organici per l’impossibilità di assumere nuovo personale. Le aziende medio-grandi, invece, potrebbero limitare l’impatto grazie alla capacità di offrire condizioni economiche più competitive, benefit e flessibilità organizzativa.
A livello settoriale, sono attesi cali significativi in ambiti come quelli Immobiliare, Trasporti, Moda, Turismo e ospitalità.
Unica eccezione potrebbe essere rappresentata dal settore bancario, che potrebbe beneficiare di una razionalizzazione della clientela e dei servizi.
Pur in un contesto nazionale critico, il Sud Italia potrebbe sfruttare alcuni margini di manovra, avendo ancora ampie sacche di disoccupazione e inattività. Tuttavia, questo vantaggio potenziale richiede strategie mirate, investimenti in formazione e politiche di rilancio capaci di trasformare la disponibilità di forza lavoro in occupazione effettiva, specialmente nei settori agroalimentare e turistico-ricettivo, dove la domanda resta sostenuta.