Ad Agorà si entra tra stanze di luce dove il dolore resta ma la speranza cresce. Vite segnate dalla droga imparano a ricostruirsi passo dopo passo.
E invece quel dolore c’è, quelle ferite bruciano nascoste dai sorrisi e dalla speranza di potercela fare questa volta.
Oggi nella comunità terapeutica Agorà gli utenti, diversamente dal passato, sono quasi tutti crotonesi. La logica è cambiata, come l’approccio alla tossicodipendenza. Una volta si riteneva che per disintossicarsi occorreva andare lontano da casa, dai propri legami, sani e tossici, per rinascere completamente a nuova vita e ricominciare tutto da capo, tagliando in maniera netta con il passato. Oggi la dipendenza dalle sostanze è considerata un problema da affrontare nel contesto di appartenenza, la nuova vita va ricostruita dimostrando passo passo la propria ricostruzione, che è soprattutto sociale. Col passato come con i propri spettri non si taglia ma si affrontano, le proprie radici non si tranciano perché un albero non vive solo di fiori nuovi, come un uomo o una donna disintossicati, ma soli e senza identità, non hanno possibilità di trovare un posto nel mondo.
Lo spiega Luigi Barletta, responsabile e coordinatore della struttura che ospita la cooperativa Agorà Kroton, specializzata nelle dipendenze dagli anni 80’. “Chi va a disintossicarsi lontano avrà sempre bisogno dei suoi affetti, resterà sempre il bisogno di tornare, ma quando arriverà il momento per gli altri sarà sempre un drogato, una persona di cui diffidare, quindi un emarginato. Diverso è condividere il suo percorso, l’esempio trainante di rinascita, poter dimostrare che ce l’ha fatta e merita un’altra occasione. Dopo potrà anche vivere la sua vita altrove, ma a casa potrà sempre tornare”.
“Se lavori sulle relazioni – spiega Luigi – sul contesto sociale e familiare hai fatto già buona parte del lavoro, sentire di potersi guadagnare la fiducia di chi sta più a cuore, che condivide il percorso di riabilitazione, è una valida motivazione per chi deve uscire dal problema”.
L’età degli utenti è varia alla comunità Agorà, ci sono giovanissimi, ma anche 60 e 70enni. Per tutti, però, vale un principio fondamentale: sono liberi, possono scegliere di andar via in qualsiasi momento. Le famiglie possono, e sono caldamente invitate, concordare le visite. “Qui – spiega Barletta – gli utenti arrivano privi di relazioni sociali che non siano connesse al giro della droga. C’è la difficoltà a svincolarsi da relazioni tossiche e a costruirne altre sane, per questo soffrono molto spesso la solitudine. Una limitazione necessaria, quindi, è sospendere l’uso del cellulare, si può sentire solo la famiglia, ma questo vale solo all’inizio del percorso, poi gradatamente si arriva a guadagnarsi la fiducia anche per poter tornare ad usare il telefono liberamente”.
Le comunità terapeutiche che sono accreditate dal sistema sanitario regionale e con il beneplacito dei Sert possono accogliere in ogni caso utenti da tutta Italia. Il lavoro si svolge in rete con diverse figure e servizi. I Sert eseguono la valutazione e prospettano la possibilità di accedere alla comunità terapeutica, tra le diverse soluzioni, come quella di essere seguiti ambulatorialmente dal Sert stesso. Per chi sceglie di entrare in comunità si inizia il percorso con il colloquio conoscitivo, che poi determinerà un trattamento fortemente individualizzato, diversamente da come avveniva in passato.
All’approccio conoscitivo contribuiscono diverse competenze: il responsabile sanitario, che nel caso dell’Agorà è il dottor Nicola Serrao, esegue le analisi cliniche; la psicoterapeuta, Daniela Basile, procede ad un inquadramento psicologico.
Nicola Serrao lavora con le dipendenze dal 1993, quando arrivò all’ospedale di Crotone. “La verità – dice – è che l’esperienza con le dipendenze si è costruita vivendola, perché quando sono arrivato non esistevano protocolli, la società era in generale impreparata a gestire il fenomeno”.
Le malattie più riscontrate in chi fa uso di stupefacenti sono Hiv, epatite C e B. “Oggi – dice Serrao – si pensa erroneamente che l’Aids sia debellata, non è così, anzi assistiamo ad un aumento, ma non è più da attribuire alle dipendenze, bensì alla promiscuità sessuale”.
“Chi arriva in comunità – spiega il medico – ha quasi sempre necessità di essere seguito da un punto di vista psichiatrico, è una conseguenza innegabile dell’uso di sostanze, troppo spesso sottovalutata”.
Le motivazioni che inducono giovani e adulti ad incontrare le droghe sono diverse ed hanno varie origini psicologiche. “Si inizia nella maggior parte dei casi per fare un’esperienza, per curiosità, spesso indotti dal gruppo di appartenenza, ma non sempre è così. Più interessante è capire perché si continua fino a cadere nella rete della dipendenza”.
Secondo la psicoterapeuta Daniela Basile l’analisi richiesta non può considerare un solo aspetto, occorre uno studio individuale di tipo bio-psicosociale, che considera tre variabili: quella fisica, psicologica e relazionale. “In ogni caso – spiega la dottoressa – ad un certo punto del percorso non interessa più il perché, ma uscirne, ricostruire a partire dal presente”.
Il percorso quotidiano in comunità ha una sua struttura: sveglia di buon mattino, colazione tutti insieme, pulizia degli ambienti comuni, attività lavorative, studio, gruppi di auto aiuto, colloqui con lo psicologo. Tutto porta a ristabilire un certo equilibrio.
Le motivazioni che spingono ad entrare in una comunità terapeutica possono essere le più diverse e questo legittima la scelta di seguire percorsi individualizzati. In ogni caso per tutti diventa un’occasione. “Chi lavora qui – conclude Barletta – mette in conto la possibilità del fallimento, ma non lo vive mai come una sconfitta. Il percorso della disintossicazione è fatto di cadute e slanci, chi vuole può uscirne, non è impossibile”.