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Cosa mangiavano i crotonesi: i segreti dagli scavi

Dalle fosse di scarico ai riti sacri: cosa raccontano i reperti trovati a Gravina e Domitina

Sono emersi reperti significativi?
“Il dato principale, prima ancora degli oggetti, è l’aumento di conoscenza sulla topografia antica della città, in particolare sulle sue aree pubbliche. Come ricordava già Omero, quando una città antica era fondata, si divideva lo spazio compreso nelle mura per tre: lo spazio sacro, da destinare agli dei e alla costruzione dei santuari; quello privato, da destinare ai cittadini e alle loro abitazioni; quello pubblico, rappresentato dall’Agorà, luogo della vita politica ed economica. Gli spazi dell’Agorà e dei santuari erano ampi, spesso baricentrici rispetto al resto della città, per favorire la circolazione di persone e idee. In questi luoghi la città trovava ciò che la teneva unita, dal punto di vista politico e sociale. Oggi cominciamo ad avere un’idea più chiara di questo settore pubblico e sacro, della sua localizzazione e forma: una fascia che parte dai piedi della Rocca, con un primo santuario, prosegue con l’area dell’Agorà vera e propria e si conclude con un altro santuario verso l’Esaro. Nel cantiere di Gravina abbiamo intercettato il limite di uno di questi santuari, nel punto di contatto con lo spazio dell’Agorà. L’archeologia racconta la storia con un ritmo giornaliero, non i grandi eventi ma i processi, le attività ripetute che sono state condotte nei luoghi in forme così insistenti da avere lasciato una traccia indelebile nei suoli: i solchi delle strade antiche creati dal passaggio dei carri, che possiamo osservare quasi in ogni parco archeologico, indicano non il passaggio di una singola vettura, quella che conduceva Milone o che portava Pitagora, ma il continuo traffico cittadino, le centinaia di carri che si sono susseguiti nel tempo attraversando la città che fu ‘anche’ di Pitagora. La nostra storia è fatta di tracce, di resti di muri, di pavimenti sovrapposti, di fosse di scarico colme di rifiuti, ordinari, sacri, ‘politici’. Abbiamo già raccolto oltre 600 casse di materiali! L’archeologia è “ingombrante”: ogni scavo produce enormi quantità di reperti, tutti importanti per ricostruire capitoli del passato. Da qui nasce l’esigenza di spazi di conservazione, studio e consultazione. Per questo abbiamo ideato il Centro Hera, presso l’ex complesso scolastico in area S. Francesco, un centro di documentazione, digitalizzazione e conservazione, concepito come una vera e propria “biblioteca di oggetti”, aperta a studiosi e cittadini. I laboratori saranno visibili al pubblico, consentendo di osservare restauri e analisi in corso”.

Questi reperti ci raccontano anche le abitudini alimentari dei crotonesi?
“Tra le scoperte più significative in area Gravina c’è una grande fossa di scarico, realizzata agli inizi del III secolo a.C., quando una parte della città venne abbandonata e bonificata. Al suo interno abbiamo trovato servizi completi di stoviglie, probabilmente usati per pasti collettivi o cerimonie religiose, deposti intenzionalmente dopo un rituale di “esaugurazione”, cioè di desacralizzazione. Sono state rinvenute pentole, piatti, mortai, catini, anfore. Dalla forma degli oggetti possiamo ricostruire come si tenevano i banchetti e cosa si preparava nelle cucine. Nelle pentole profonde si sobbolivano zuppe e decotti, nelle olle si bollivano in acqua carni e altri alimenti, nelle padelle si friggeva. La dieta alimentare dei Greci era fondata sui prodotti dei campi: verdure, ortaggi, frutta, olio vino, in quantità minore sulla carne, ritenuta preziosa, e sul pesce. Oggi possiamo dire ancora di più, possiamo andare oltre il visibile: sui vasi si conservano incrostate sulle pareti tracce infinitesime di cibi, molecole che è possibile con strumenti scientifici identificare e spiegare. Alle analisi fisiche e chimiche, a quelle biologiche, si aggiungono le analisi archeo-zoologiche che si conducono sulle ossa animali per capire quali specie animali erano allevate, cosa era macellato, consumato o sacrificato, e abbiamo così potuto indentificare, in una delle nostre fosse, un povero cane, sacrificato per motivi rituali, nel rispetto di un costume antico purtroppo, per i nostri fedeli compagni a quattro zampe, ordinario in antico. Ancora, sul fondo della grande fossa di scarico abbiamo potuto ritrovare la testa di un bovide, sacrificato per l’occasione”.

Come verrà restituito tutto questo alla città?
“Il Centro Hera sarà un luogo di conoscenza, dialogo e accesso ai dati. Oltre ai reperti, sarà consultabile la carta archeologica digitale, fruibile anche online. I siti indagati verranno progressivamente trasformati in spazi archeologici, giardini o aree aperte integrate nel contemporaneo, da esse sarà possibile ricavare un racconto per luoghi, oggetti e monumenti dell’antica Crotone, della città sotto la città. Le indagini si sono estese anche al territorio. A Domitina, a breve distanza dal santuario di Hera di Capocolonna, nella proprietà Sanguedolce, uno scavo estensivo ha rivelato un insediamento funzionale alla vita del santuario, con aree produttive e per la lavorazione dei metalli. È una scoperta che amplia significativamente la nostra conoscenza del territorio”.

Continuerete a lavorare nell’area archeologica Domitina?
“Sì. La sfida non è solo proseguire gli scavi, ma trasformare Domitina in un cantiere didattico e formativo, aperto anche a enti internazionali. In questo cantiere, grazie alla disponibilità e, me lo lasci dire, alla gentilezza e cortesia della proprietaria, qualità difficili da trovare in questi nostri tempi bui e rancorosi, stiamo sperimentando nuove forme di collaborazione tra Comune, Soprintendenza, Università, Musei, amministrazioni pubbliche e proprietà privata. È una strada complessa, ma promettente. Continueremo”.

(2 – Fine)