Nei luoghi dell’abbandono la possibilità di riscoprire la forma dell’antica città
La città si proiettava nel territorio, a nord e a sud. Qui, seguendo l’ampio arco di costa, lo sguardo si arresta su di un promontorio battuto dai marosi, un punto di riferimento per la navigazione, il Capo Lacinio ove fu fondato un santuario dedicato ad Hera, la grande divinità degli Achei, a duplicare un culto presente in città: un luogo sacro dalla lunga tenuta, uno spazio che ha proseguito la sua vita fin nel contemporaneo, una storia sacra che da Hera e dai suoi riti ha condotto alla Madonna di Capo Colonna e alle sue processioni terrestri e marine.
Crotone conobbe una arrogante e potente aristocrazia, una estesa potenza, che la condusse allo scontro con Sibari da cui, come noto, uscì vincente nel periodo esaltante ma tormentato del pitagorismo. Conobbe o inventò eroi come Milone e poi Faillo, ma anche gli assedi di Dionigi di Siracusa, di Agatocle, subì Pirro e i romani.
La città adattò la sua forma alla storia, introducendo ripensamenti e riscritture, ampiamenti e contrazioni. La ricerca contemporanea deve poter inserire sulle coordinate spaziali, sulla forma, la dimensione diacronica, una terza dimensione che genera ampliamenti, abbandoni, riscritture. Dal III secolo a.C. questi cambiamenti diventano incisivi ed evidenti. Il quartiere settentrionale e poi quello centrale furono progressivamente abbandonati, la vita si restrinse sulla rocca e qui si soffermerà per tutto il periodo medievale, uscendo, solo dopo, sulla piana bordata dall’Esaro con episodi isolati. Sarà la città ottocentesca e contemporanea a tornare estesamente sugli spazi che già furono della prima Crotone, dimentica ormai delle sue prime forme. Il quartiere settentrionale, che una ipotesi vuole urbanizzato solo dopo la disfatta di Sibari e presto abbandonato, si conserverà sempre spazio agrario, oggi giardino industriale intoccabile.
Nasce la Crotone attuale, un centro composito, che all’abitato sulla rocca e al quartiere ad esso più prossimo aggiunge, progressivamente, nuovi settori in basso, tornando negli spazi che già furono del quartiere centrale della città greca senza consapevolezza dei luoghi. Si genera un contemporaneo ricco di soluzioni di continuità, di particelle vuote accanto al fitto del costruito, che unisce vita e abbandono, dimenticanza e ricordo.
In questa maglia caotica, la traccia lineare di una ferrovia dismessa, un monastero abbandonato, le sagome lunghe dei vecchi depositi dei commestibili, le colline di creta sfiancate e incongruamente inserite nel contemporaneo, costituiscono il passato nel tessuto dell’oggi.
Si è spesso lamentata la possibilità di non poter indagare in maniera estesa i contesti urbani dell’antica Crotone. L’archeologia crotoniate è ricca, storicamente rilevante, ma povera di monumentalità nel suo tessuto ordinario: case ed insulae erano costruite con materiali diversi dal tenace calcestruzzo di periodo romano, crollati i tetti, disfatti gli alzati delle case, si compongono stratificazioni di tegole su battuti di terra e tracce di muri. Per poterne comprendere il senso, ritrovarne la forma o ricostruire i templi spogliati dai cercatori di pietra, occorre indagare ampissime porzioni di superficie antica.
Si è spesso ritenuto che questo spazio mancasse, giudizio espresso da una archeologia necessariamente costruita sull’emergenza, fatta per piccole trincee o di spazi ricavati tra il costruito delle case contemporanee. Eppure Crotone ha spazi vuoti estesi quasi predestinati per la ricerca archeologica. Sono i luoghi dell’abbandono, gli spazi di risulta della storia che oggi segnano in senso negativo il paesaggio urbano ma che potrebbero costituire luoghi di conoscenza e di ridefinizione urbana. Tradotti in macchie verdi, posti in dialogo con il fiume e il suo ecosistema, integrati nel tessuto urbano di Crotone questo, da confuso e casuale, potrebbe assumere una nuova forma e l’archeologia trovare i suoi laboratori controllati, laboratori in cui le regole della ricerca possano esprimersi restituendo un senso al contemporaneo e spazi rigenerati a chi li abita.
(2 – Fine)
Carlo Rescigno è nato a Napoli nel 1963. Attualmente è professore ordinario in Archeologia Classica presso l’Università degli Studi della Campania – Luigi Vanvitelli e della Scuola Superiore Meridionale. Specializzato nell’archeologia della Magna Grecia e della Campania, conduce ricerche su Cuma (Tempio di Giove) e Pompei (Tempio di Apollo). È noto per studi su architetture arcaiche e produzioni ceramiche. È responsabile e parte del coordinamento scientifico del progetto Antica Kroton.