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Rescigno: Crotone tra memoria, oblio e rinascita

Dalla Kroton achea alla città moderna: il pendolo tra passato e presente

Dopo aver adempiuto, di buon grado, a questo mesto ufficio, ci incamminammo per la strada prescelta e in breve tempo riusciamo a giungere, tutti sudati, in cima a un monte, dal quale possiamo scorgere, a una certa distanza, un abitato ben difeso, posto su di un’altura. Che paese fosse non lo potevamo certo sapere noi, che eravamo capitati lì per combinazione, ma da un contadino del luogo fummo informati che si trattava di Crotone, città assai antica e che un tempo era stata la prima d’Italia. (Petr. Sat., 116)

Non tutte le città spariscono. Molte sopravvivono ai mutamenti lenti o traumatici della storia, conservando vecchie regole di organizzazione dello spazio inserendovi nuovi contenuti. Sono strutture urbane come Napoli, Atene, Istanbul, in cui la storia ha consumato gli stessi spazi producendo luoghi densi di relitti, simboli, continuità.

Non tutte le città sopravvivono, alcune sono travolte da eventi traumatici, evaporano in un toponimo che ne conserva traccia in uno spazio che le ha dimenticate, oppure, sommerse da una storia che le ha considerate inutili, si lasciano andare agli eventi naturali ed escono di scena: è il caso di Pompei, che diventa Civita, un toponimo a lungo senza materia; oppure di Sibari, che sparisce senza lasciare segni evidenti.

Passato e presente

Molte città non spariscono ma nemmeno sopravvivono in forme stabili. Si abbandonano ai processi della storia. In questi luoghi del vivere il rapporto del presente con il proprio passato è come il nostro con il senso del classico: frutto di continue contrattazioni, di dimenticanze e ricostruzioni, spesso operate a tavolino. Si tratta di città che si contraggono, che trasformano in campagna ciò che un tempo era stato abitato pulsante, che si arroccano, si spostano, anche se di poco, mantenendosi in un unico distretto geografico portando con sé il nome e il senso della propria eredità, dimenticando e poi improvvisamente ricordando.

La storia per loro si muove come un pendolo, in maniera ordinata e prevedibile, avanza e torna indietro ma ad ogni scatto introduce qualcosa di nuovo. È una storia che lascia spesso traccia anche nei nomi, che quasi ne denunciano, in essenza, la storia: Kroton che diventa Croto, poi Cotrone, infine Crotone. A questa categoria appartiene infatti la grande città ionica, fondazione achea, poi colonia romana, infine città medievale, moderna e contemporanea, una storia giocata tra mare, promontorio lacinio e le terre fertili del Marchesato.

Estesa su di una superficie che, cinta dalle mura, arrivò a comprendere più di 700 ettari di area urbana, suddivisa in quartieri, è una tipologia di centro che i contemporanei hanno stentato a comprendere. Oggetto di una ricerca sistematica che ha permesso di salvarne una parte del proprio patrimonio negli anni difficili della espansione urbanistica del secolo scorso, ha avuto la fortuna di trovare chi ha costruito per lei una tradizione di studi che ci ha consegnato una immagine chiara, una ipotesi della forma del centro antico che non appare evidente nel contemporaneo ma richiede di essere estratta dal sottosuolo con una operazione lenta e con interventi di studio e ricerca impegnativi.

Grande, estesa, salubre, come voleva l’oracolo concesso al suo fondatore, in simbiosi con lo spazio agrario, base della sua opulenza, sembra quasi costituire l’esempio di una delle tante città nuove che nascono a valle della rivoluzione della ‘invenzione della polis’. Essa sceglie, per la sua fondazione, uno spazio ampio, destinato a una possibile numerosa popolazione, quasi in negazione dei vetusti piccoli insediamenti greci cresciuti alti sul mare o tra le colline, al riparo del potere di un gruppo familiare ristretto, insediamenti che l’asperità della natura aveva contribuito a rendere sicuri. Eppure, come questi ultimi, non rinuncia a una rocca, che diventerà acropoli, come Atene che l’aveva ereditato dal suo passato egeo e miceneo, ma che qui è scelta in apparenza casuale.

La natura condiziona la sua forma: i fondatori scelgono un arco di terra costiera, stretta e difesa da colline cretacee. L’Esaro e un sistema minore di torrenti frazionava lo spazio entro le mura suggerendo la creazione di ampi quartieri, quasi abitati diversi raccolti in un’unica cerchia di mura, una traduzione fisica del lento comporsi della città invisibile, esito di lunghi e difficili accordi, che spingono a creare dal particolare spazi collettivi che diventeranno assemblee e magistrature. La rete del sacro doveva assicurare la tenuta degli spazi divisi, documenti che ancora poco conosciamo ma che possiamo immaginare disposti lungo le mura, sulla rocca, nei punti di incontro nei quartieri.

(1 – Continua)