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Pasquale Senatore, undici anni fa moriva il sindaco delle grandi opere

Dalle fabbriche al lungomare, la visione politica ed umana del Professore nel ricordo del suo allievo Stelvio Marini

Marini, lunedì 16 marzo sono trascorsi undici anni dalla morte di Pasquale Senatore. Lei ha vissuto quegli anni non solo come assessore, ma come testimone di una città che definisce “smarrita”. Cosa accadeva a metà degli anni Novanta?
“Crotone era una città che aveva perso la sua bussola. Il ritmo delle industrie si era fermato e, al posto delle sirene e dei turni di fabbrica, erano arrivati corsi di formazione e promesse di riconversione che spesso restavano vane illusioni, senza un vero fine. I cancelli semichiusi e le ciminiere stanche raccontavano il declino e la morte di una parte del Sud industrializzato con più sincerità di molti politici. Non era solo una crisi economica; era una crisi morale e d’identità che colpiva la nostra ‘Stalingrado del Sud’. Intere famiglie facevano i conti con un futuro incerto dopo decenni da capitale operaia. In quel clima di cambiamento, con lo scandalo Tangentopoli che travolgeva i vecchi partiti, iniziò la stagione di Pasquale Senatore”.

Chi era l’uomo che si apprestava a diventare il primo sindaco scelto direttamente dal popolo?
“Era un professore, un uomo di scuola prima ancora che di politica. Uno di quelli che parlavano di storia e di libri con naturalezza e consapevolezza. Ma aveva una qualità rara: conosceva la città delle strade, delle scuole, dei quartieri, non quella dei documenti ufficiali. Veniva dalla destra popolare e chi lo incontrava capiva subito che non era un uomo di slogan. Aveva l’ostinazione pratica di chi pensa che le città, come la Storia, si governino con i fatti. Crotone era provincia da poco, e lo era anche grazie alla sua determinazione; dire che l’istituzione della Provincia porti la sua firma non è un azzardo, ma la pura verità”.

Governare il capoluogo in quegli anni non era una sfida semplice, tra eredità industriali e ferite naturali.
“Certamente no. La città portava ancora addosso le ferite dell’alluvione e di guasti progettuali che avevano devastato interi quartieri. La scelta era chiara: vivere nella nostalgia dell’industria perduta o provare a reinventarsi. Senatore aveva un’idea quasi ostinata: la città si governa con le opere. E di opere ne ha lasciate molte, non interventi isolati, ma tasselli di una visione urbana complessiva per ritrovare un’identità. Penso alla riqualificazione del lungomare, che restituì ai crotonesi uno spazio di socialità trasformandolo in un simbolo della città”.

Oltre al lungomare, quali furono i pilastri di quella rigenerazione?
“Gli impianti sportivi: il PalaKrò e il PalaMilone, che furono investimenti nella socialità e nei giovani. Anche lo stadio ‘Ezio Scida’ fu rinnovato: a Crotone il calcio è un rito collettivo che permette di dimenticare le difficoltà. Parallelamente si lavorò nelle periferie: illuminazione, strade, urbanizzazione. Per chi abitava lì non era solo tecnica, era il segno di far parte finalmente della città. Fondamentale fu l’approvazione del Piano regolatore generale, atteso da oltre venticinque anni. E poi la cultura, quella vera, non quella delle sagre, delle festicciole. La mostra sul Futurismo, la riqualificazione del centro storico e l’avvio del nuovo teatro comunale. Voleva ribaltare l’immagine negativa del territorio, identificato allora come città di ’ndrangheta, attraverso la bellezza e la qualità”.

Lei cita anche Parco Pitagora e l’edilizia popolare. Opere che parlano ancora oggi.
“Con Parco Pitagora (ex Parco Pignera) creammo la più grande area verde attrezzata con un museo premiato a livello internazionale. A questo si aggiunsero la ristrutturazione dell’ex Lazzaretto, la riqualificazione di piazza Mercato, l’ampliamento del Cimitero, il miglioramento delle reti idriche e fognarie e l’avvio del Contratto di quartiere per affrontare l’emergenza abitativa. Quelle scelte urbanistiche, patrimonio di tutta la comunità, continuano ancora oggi a parlare della città che Senatore aveva immaginato”.

Com’era il clima politico e il rapporto con gli avversari in quegli anni di passioni forti?
“La politica non è un mare calmo. Nella maggioranza convivevano partiti diversi e personalità forti; le discussioni non mancavano, ma Senatore non amava le mediazioni infinite: preferiva decidere e assumersi la responsabilità. Al suo fianco lavorarono collaboratori visionari come Ottavio Rizzuto e Marcello Praticò. Ma Pasquale conosceva il galateo della politica: prima di tutto il rispetto. Aveva un confronto franco con avversari come Romeo Fauci o Ciccio Senatore. Sapeva che l’avversario rappresenta i bisogni di una comunità spesso fragile. Non si arroccò: nominò personalità della sinistra in ruoli chiave e dialogò con i sindacati. Capitava che vecchi iscritti al Pci mostrassero la tessera con falce e martello e poi raccontassero di aver votato per lui. Era una fiducia personale onesta. Per molti, resta ancora oggi il sindaco di tutti”.

C’è un’immagine che, per lei, racchiude l’inizio di tutto quel percorso?
“La sera della sua prima elezione nel 1997. La città festeggiava il nuovo sindaco e, contemporaneamente, il Crotone Calcio conquistava a Locri la promozione. Pasquale, eletto con oltre 17.000 preferenze, andò a salutare la squadra che rientrava. Si ritrovò affiancato da una scorta delle forze dell’ordine e, con la sua inimitabile ironia, commentò: ‘Chi na pututu arrivare’. Il miracolo era cominciato e lui era il primo a esserne sorpreso. Quella stagione si concluse nel 2006, ma a distanza di anni la sua figura resta indissolubilmente legata a quel tentativo di immaginare Crotone oltre il tramonto dell’industria”.

Marini, un’ultima riflessione sull’attualità. Recentemente si è parlato dell’intitolazione a Senatore del piccolo anfiteatro annesso al Teatro comunale ‘Vincenzo Scaramuzza’, un’opera da lui fortemente voluta. Qual è il suo pensiero su questa scelta?
“L’intitolazione di questo piccolo anfiteatro, pur situato dietro il grande teatro da lui stesso progettato, rappresenta innanzitutto un gesto di riconoscimento ufficiale della sua stagione amministrativa, delle opere realizzate e della visione urbanistica che ha lasciato alla città. E di questo ne occorre prendere atto. Per onestà intellettuale, va però detto che un gesto così contenuto e ristretto rischia di apparire più un gesto di circostanza che un vero riconoscimento. Sembra quasi che chi governa oggi lo voglia ricordare senza lasciare troppo spazio alla sua presenza, che resta ancora ingombrante. Il legame di Pasquale con Crotone è fortissimo e, forse, ancora troppo scomodo per certe logiche politiche legate all’attualità della nostra città. Pasquale Senatore era un professore diventato sindaco che credeva nelle opere: meriterebbe che la città lo ricordasse con lo stesso spazio e la stessa grandezza con cui lui ha sognato Crotone”.