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Autismo, il senso del 2 aprile oltre la retorica

Tra simboli e contraddizioni: filosofia, teologia e politica interrogano il senso reale dell’inclusione

CROTONE – La Giornata Internazionale della Consapevolezza sull’Autismo del 2 aprile si presenta, ogni anno, come un rituale globale di illuminazione — letterale e simbolica — in cui monumenti si tingono di blu e i discorsi pubblici si popolano di parole come “inclusione”, “diversità”, “diritti”. Tuttavia, dietro questa superficie apparentemente unanime, si nasconde un terreno complesso, attraversato da tensioni filosofiche e contraddizioni politiche che meritano di essere interrogate criticamente.

Dal punto di vista filosofico, l’autismo mette in crisi categorie consolidate dell’identità e della soggettività. È una “condizione”, un “disturbo”, una “neurodivergenza”? Ogni definizione implica una presa di posizione: se lo si considera una patologia, si presuppone un modello normativo di umanità da cui deviare; se invece si adotta il paradigma della neurodiversità, si apre alla pluralità delle forme del pensare e del percepire. La giornata del 2 aprile spesso oscilla tra questi due poli senza risolverli, generando un linguaggio ambiguo: si celebra la “diversità”, ma si finanziano principalmente interventi per la “normalizzazione”.

Dal punto di vista teologico, l’autismo apre interrogativi profondi sul significato dell’essere umano come “immagine di Dio”. Se ogni persona riflette il divino, allora anche le modalità non convenzionali di relazione, comunicazione e percezione devono essere riconosciute come teologicamente significative. Tuttavia, la prassi ecclesiale spesso fatica a includere realmente le persone autistiche, limitandosi a gesti simbolici senza modificare le strutture comunitarie.

Sul piano politico, la Giornata del 2 aprile evidenzia una tensione tra inclusione dichiarata e gestione amministrativa. Le politiche pubbliche si concentrano sull’assistenza più che sull’emancipazione, sulla tutela più che sulla partecipazione. L’autismo diventa così un campo di intervento tecnico, medicalizzato e burocratizzato, in cui le persone autistiche rischiano di essere oggetti di policy piuttosto che soggetti politici.

Le campagne di sensibilizzazione, pur animate da buone intenzioni, spesso ricorrono a immagini semplificate: il bambino geniale ma isolato, la famiglia eroica, la sfida da “superare”. Queste narrazioni costruiscono un immaginario che, anziché liberare, vincola. La spettacolarizzazione del 2 aprile rischia di trasformare l’autismo in un oggetto emotivo, consumabile mediaticamente, piuttosto che in una realtà complessa che richiede cambiamenti strutturali profondi.

Infine, è necessario interrogare la stessa nozione di “consapevolezza”. Essere consapevoli di qualcosa non implica necessariamente trasformarlo. La consapevolezza può diventare un simulacro etico: sapere senza agire, riconoscere senza cambiare.

Forse, più che una “giornata della consapevolezza”, servirebbe una pratica continua di giustizia relazionale e politica. Una pratica che non si limiti a includere l’autismo nel mondo così com’è, ma che sia disposta a trasformarlo a partire dall’incontro con esso. Il 2 aprile non dovrebbe essere solo una celebrazione, ma un’occasione di crisi nel senso etimologico di discernimento.