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Crotone, violenza domestica: “Denunciare mi ha salvato la vita”

Il racconto drammatico di una donna della provincia: anni di botte e manipolazione, poi la svolta grazie ai Carabinieri

CROTONE – Credere nella giustizia, affidarsi alle forze dell’ordine può salvare le donne vittime di violenza, anche qui nel nostro territorio. E’ il messaggio che una vittima di violenza domestica vuole donare a tutte le donne che, come lei non molto tempo fa, pensano di non avere via di uscita, che si sentono sole e destinate ad un’esistenza di sopraffazione.

“Non è così – racconta – ho subito per anni in silenzio umiliazioni, miseria, botte che rischiavano, ogni volta che chiedevo spiegazioni, di uccidermi. Stavo in silenzio per paura, per i mie figli, ai quali pensavo erroneamente di fare un torto sottraendo loro un padre orco, stavo zitta anche per diffidenza e sfiducia nelle istituzioni. Mi sbagliavo, le forze dell’ordine, i Carabinieri di Cutro, Roccabernarda e Crotone, mi hanno salvata e hanno salvato anche i miei figli da un destino miserabile, in cui rischiavano di diventare simili al padre. Non ho mai avuto il coraggio di chiedere aiuto – continua – ho sbagliato: sono stati i Carabinieri ad esserci al momento giusto, salvandomi da chi probabilmente mi avrebbe uccisa, ma a quel punto mi sono fidata ed ho fatto la cosa più giusta che potessi fare da donna e madre. Oggi chi mi ha fatto del male è in carcere ed è stato condannato in primo grado a 6 anni e 6 mesi di detenzione con ostativo rafforzato, senza possibilità di ottenere i domiciliari”.

La manipolazione

La storia di questa donna, che vive nella provincia di Crotone, al momento tra Roccabernarda e Cutro, inizia da lontano, quando era molto giovane e piena di ambizioni, a Torino, dove era andata dalla Puglia per studiare. Un lavoro economicamente gratificante, una carriera promettente. “Guadagnavo molto bene – ricorda – ho incontrato quest’uomo che mi sembrava brillante, ricchissimo. Mi riservava tantissime attenzioni. Mi faceva regali pazzeschi e soprattutto mi parlava di futuro. Venne anche a conoscere la mia famiglia. Mi regalava gioielli, frequentavamo i migliori ristoranti. A me sembrava tutto normale, sapevo che era un imprenditore”.

Gli elementi per dubitare di qualcosa in realtà ci sono sempre stati, ma la manipolazione è riuscita a chiudere gli occhi e a tappare le orecchie per anni, fino a quando quella relazione non si è trasformata in una vera e propria trappola. “Ha iniziato a chiedermi dei soldi che non mi ha mai restituito dicendomi che si trattava di difficoltà momentanee legate a dei conti che si sarebbero sbloccati nel termine di pochi giorni, invece poi non me li restituiva, ma arrivava con dei regali pazzeschi, ad esempio dei brillanti, che solo oggi deduco si procurava grazie ai giri malavitosi di cui faceva parte… A me a quel punto sembrava anche brutto chiedere, considerato anche che guadagnavo bene e non avevo bisogno. Quando è stato arrestato, quando subiva delle perquisizioni, mi diceva che in Piemonte avevano dei pregiudizi su di lui e la sua azienda perché era calabrese e nel suo paese c’erano tanti malavitosi, mi si presentava come una vittima e io ci credevo. A me sembrava tutto limpido, andai nel suo paese a conoscere la sua famiglia, lui venne dai miei. Poi rimasi incinta, il castello di carta iniziò a sgretolarsi, scoprii che era già sposato (nessuno dei familiari me lo aveva detto) e che aveva due bambini. Ci lasciammo, mi supplicò per mesi, minacciò anche di togliersi la vita, ci ricascai”.

La trappola

Purtroppo i guai non vengono mai da soli. Il bambino venne alla luce con un grave problema renale e lei iniziò a peregrinare tra ospedali e centri specialistici. “Intanto lui lavorava a mio nome, firmavo assegni, non stavo a vedere cosa… il bambino era la mia priorità. E così mi sono trovata rovinata, ho perso il mio portafoglio di clienti da assicuratrice anche grazie ai suoi giri… Eravamo sempre senza soldi! Ho iniziato a capire quando i suoi dipendenti sono venuti da me a dirmi che la sua situazione era seriamente compromessa, che non li pagava da mesi e che spendeva tutto nel gioco e con le donne. Fu allora che chiesi spiegazioni e in risposta venni pestata a sangue, mi ero permessa di metterlo in discussione, non mi fidavo di lui che invece mi amava. Oggi mi sembra assurdo e necessario raccontare come ogni volta che subivo vessazioni e violenze, alla fine riusciva a fare sentire me sbagliata, colpevole. Lui mi picchiava dopo avermi tradita, dopo aver fatto sparire dei soldi… ma la colpa era mia perchè provocavo chiedendo spiegazioni. E poi era sempre colpa mia perché a suo dire lo tradivo, seducevo altri uomini. La sua in realtà era una gelosia ad orologeria, che scattava solo quando chiedevo spiegazioni, quando alzavo la testa. Per lui ero una proprietà, ma soprattutto un bancomat, un limone da spremere in tutti i sensi: usando i miei soldi, il mio nome, il mio lavoro”.

“Le bugie, un’esistenza assurda in cui non sapevo da dove iniziare per ricomincare, mi confondevano e passavano gli anni, sono nati tre figli, scappando da un posto all’altro sempre per i suoi guai, le truffe sue e del suo giro. Siamo scappati dal Nord e tornati al Sud, la sua famiglia stessa non ci volle aiutare, nemmeno la madre perché con tre bambini eravamo solo un peso. Scontò i domiciliari in Puglia dai miei, sottoponendo anche la mia famiglia a questo scandalo, poi siamo stati in diversi comuni del catanzarese dai quali venivamo puntualmente sfrattati perché non pagava l’affitto. Siamo finiti a vivere in campagna, isolati, in una proprietà della sua famiglia. Una vita da miserabili, in cui alcune volte non avevo nemmeno da mangiare per i miei figli. Non potevo lavorare perché lui era geloso, se non fare doposcuola a qualche bambino, ma anche quei soldi lui faceva sparire. È arrivato a fare sparire anche 3mila euro, che mio figlio aveva ricevuto in regalo per il suo diciottesimo. Questo perché oltre ad avere un problema con l’alcol, fa anche uso di sostanze”.

La spirale di violenza

“Ho fatto di tutto per sollevare le sorti della mia famiglia – racconta la vittima – ho chiuso gli occhi, ingoiato, lavorato come un mulo in quella campagna dove ho iniziato a gestire un ristorante che era quasi in disuso, ma tutti i miei sforzi erano vanificati da lui che faceva sparire ogni introito, dai suoi giri illegali ai quali facevano seguito provvedimenti della magistratura, dalla sua violenza che distruggeva ogni cosa quando era vittima dei suoi deliri di droga e gelosia, soprattutto me. Come l’ultima volta: ormai avevo capito cosa faceva lui e le persone del suo giro, note per essere assuntori di stupefacenti. Ci fu un litigio furioso perchè per l’ennesima volta mancava del denaro, non pagava i dipendenti. Mi picchiò selvaggiamente, mi difese mia figlia che lo mandò via. Tornò dopo due giorni, fece un disastro, lanciando accuse assurde, sosteneva fossi in bagno con un altro, ma io ero all’interno del locale con i miei figli. In quell’occasione la violenza superò ogni limite, mi stava uccidendo”.
pestata a sangue

Pestata a sangue

Fondamentale l’intervento dei militari: “Non lo so se i Carabinieri lo tenevano d’occhio visti i suoi giri, se qualcuno li ha chiamati sentendo le urla… Sono arrivati e mi hanno salvata mentre mi colpiva agli occhi, ai denti, al naso… mi trascinava dai capelli e il pavimento era pieno del mio sangue. Questa scena hanno trovato i Carabinieri, mentre lui minacciava davanti a loro che mi avrebbe uccisa se avessi parlato”.

In autoambulanza è stata trsferita in Ospedale, la saturazione era bassissima, la mandibola rotta come il setto nasale. 31 i giorni di prognosi prescritti. “A quel punto i miei figli hanno parlato ed è scattato l’arresto. I fratelli inventavano falsità sul mio conto, mi invitavano a dichiarare di essere caduta, di aver preso una porta in faccia… Ci siamo rifiutati e per questo ci hanno sfrattati. Continuano le minacce, il mobbing, ma adesso basta, non mi piego più!”. Chi è vittima di violenza non si concede attenuanti, ma convive con un senso di colpa perenne, nonostante tutto. “So di non aver denunciato – dice – me ne pento, avevo paura ed ho peggiorato solo le cose; però non è facile quando sei sola completamente, lui negli anni ha creato da buon manipolatore una frattura anche con la mia famiglia d’origine, ha lasciato terra bruciata intorno a me, mi sentivo senza via d’uscita. E poi ci sono i figli, l’unica cosa che hai, che vuoi proteggere, che ti chiedono di difendere quell’equilibrio malato che tiene tutto insieme e che soprattutto temi di perdere. Oggi so, nonostante sia ancora dura e medito di andare via, lontano da qui, che la via d’uscita c’è ed è quella che porta in caserma, dalle forze dell’ordine per fare appello a chi rappresenta lo Stato. Non c’è altra strada, l’alternativa è la consapevolezza di finire prima o poi ammazzata!”.