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La scienziata crotonese che guida la ricerca contro il cancro

Dalla Federico II al centro AstraZeneca di Cambridge: il lavoro sulle CAR-T e il ruolo dell’intelligenza artificiale in oncologia

CROTONE – La crotonese Letizia Giardino è una affermata dottoressa alla guida di un team di scienziati impegnati nello sviluppo di innovative terapie cellulari contro il cancro all’interno di AstraZeneca. Un lavoro di frontiera, che punta a ‘insegnare’ al sistema immunitario a riconoscere e distruggere le cellule tumorali. L’abbiamo intervistata.

Lei dirige un team di scienziati che si occupano di Cell Therapy, all’interno del dipartimento di Oncology Ricerca e Sviluppo di AstraZeneca a Cambridge: qual è il suo ruolo e quali sono le sfide quotidiane più importanti?
“Il mio team studia approcci per ingegnerizzare le cellule immunitarie affinché possano colpire il cancro. I linfociti T sono cellule in grado di riconoscere ed eliminare cellule pericolose. In laboratorio modifichiamo questi linfociti T aggiungendo una molecola sintetica che li aiuta a riconoscere le cellule tumorali. Queste cellule potenziate sono chiamate cellule T con Recettore Chimerico dell’Antigene (CAR-T) e possono uccidere le cellule tumorali. All’interno dei tumori, tuttavia, esistono ostacoli che limitano l’attività delle cellule CAR-T. Il nostro lavoro consiste nel migliorare ulteriormente le CAR-T per aiutarle a resistere a questi ostacoli e a funzionare meglio all’interno dei tumori. Per raggiungere questo obiettivo, è essenziale seguire da vicino i progressi della tecnologia e del settore, e lavorare in modo efficiente e rigoroso”.

Il suo percorso accademico parte dall’Università degli studi di Napoli Federico II, dove ha conseguito un dottorato internazionale. Di cosa si tratta?
“Si tratta di un dottorato di ricerca che includeva un anno in un laboratorio all’estero, oltre ai tre anni in un laboratorio in Italia. Grazie al mio mentore a Napoli, il professor Luigi Racioppi, che a sua volta aveva lavorato al National Institutes of Health (NIH) a Bethesda, in Maryland, anche io ho completato il mio dottorato all’NIH. Quell’esperienza è stata la svolta della mia carriera”.

Successivamente ha maturato un’esperienza presso il National Institutes of Health negli Stati Uniti. Che cosa ha significato lavorare in un contesto scientifico di così alto livello?
“Dopo il dottorato ho deciso di rimanere nello stesso laboratorio per un’esperienza di post-dottorato. Il contratto iniziale era di due anni, ma alla fine sono rimasta nove anni. Ho imparato moltissimo dal punto di vista scientifico, ma soprattutto ho imparato a lavorare in un ambiente internazionale, confrontandomi ogni giorno con persone provenienti da tutto il mondo”.

Lei è specializzata nello sviluppo di terapie cellulari di nuova generazione. Cosa ha scoperto con le sue ricerche?
“Il primo progetto a cui ho lavorato quando sono entrata in AstraZeneca è attualmente in studio clinico su pazienti con tumore al fegato. Pensare che il mio lavoro possa potenzialmente aiutare i pazienti è una soddisfazione incredibile. Naturalmente, portare un farmaco dal laboratorio alla clinica coinvolge centinaia di persone e richiede anni di lavoro: sono necessarie competenze molto diverse e un’ottima coordinazione. Come si dice in inglese, “ci vuole un intero villaggio” per raggiungere il risultato”.

In che modo l’AI sta cambiando la ricerca oncologica?
“L’AI è un alleato formidabile. Sta accelerando molte fasi della ricerca oncologica, dalla comprensione della malattia allo sviluppo di nuove terapie. Analizzando grandi quantità di dati, individua schemi che a occhio nudo sfuggono, aiutandoci a formulare ipotesi più mirate e a scegliere più rapidamente le direzioni promettenti. Nella pratica quotidiana, l’AI funziona come un “copilota”: aiuta a preparare e interpretare i dati e riduce le attività ripetitive, lasciando ai ricercatori più tempo per il ragionamento scientifico. Naturalmente, servono qualità dei dati e una valutazione rigorosa dei risultati. In sintesi, l’AI non sostituisce il pensiero critico, ma lo amplifica, aiutandoci a trasformare più in fretta le scoperte in benefici reali”.

Come riesce a coniugare la famiglia e un lavoro di così grande responsabilità?
“Cooperazione in famiglia è la parola d’ordine. Mio marito fa il mio stesso lavoro, quindi è facile capirsi e venirsi incontro. In casa e con i bambini siamo completamente intercambiabili. Fondamentali sono stati gli asili e i servizi scolastici, sia in America sia ora in Inghilterra, che sono aperti durante l’intera giornata lavorativa: questo consente ai genitori che lavorano e non hanno parenti vicino di non dover sacrificare la carriera”.

Secondo lei, quali sono i limiti della ricerca oncologica nel sistema sanitario italiano?
“In Italia si fa ottima ricerca, al pari degli istituti più prestigiosi a livello internazionale. Il problema sono gli sbocchi limitati, che rendono la stabilità una sfida e spesso portano a cambiare strada o paese”.

Lei è nata a Crotone, ha frequentato il liceo classico Pitagora, è cresciuta qui: le manca la sua terra? Cosa porta con sé, della nostra città, anche a migliaia di chilometri di distanza?
“Vivere all’estero fa maturare una grande consapevolezza di ciò che ci si è lasciati alle spalle, nel bene e nel male. Amo profondamente la mia terra, oggi più di quando ci abitavo stabilmente, perché riesco ad apprezzarne maggiormente la bellezza e i pregi, pur riconoscendone perfettamente difetti e problemi. Torno ogni volta che posso: Cambridge non è così lontana. Il liceo classico Pitagora custodisce i miei anni più importanti e la mia formazione spirituale e culturale: sono una convinta classicista e porto nel cuore i miei insegnanti, che mi hanno fatto innamorare della cultura umanistica e della filosofia, in particolare il professor Nicola Zimatore e il professor Michele Mazza. E, naturalmente, porto sempre con me una valigia di prodotti tipici che non possono mancare nella mia dispensa”.