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Addio a Francesca, il vescovo: il suo coraggio ha impedito al buio di diventare totale

Le toccanti parole del vescovo di Crotone nell’omelia del funerale esortano a non cedere al male e a costruire un futuro di speranza sull’esempio della mamma coraggio

CROTONE – “La vita di Francesca attraversando la sofferenza ha impedito al buio di diventare totale”. Sono le parole pronunciate dal vescovo di Crotone, Alberto Torriani nel corso dell’omelia ai funerali di Francesca Anastasio, la mamma del piccolo Dodò Gabriele vittima innocente della mafia nel giugno del 2009. Francesca Anastasio è deceduta lo scorso 11 maggio a Milano dove era in coma da tre mesi a causa delle complicanze di un difficile intervento chirurgico. Giovedì 14 nella chiesa di Santa Rita è stato celebrato il funerale officiato dal vescovo di Crotone con la concelebrazione di don Luigi Ciotti, il prete fondatore di Libera, associazione attraverso la quale Francesca ed il marito Giovanni portavano in giro per l’Italia la loro battaglia contro la criminalità organizzata.

La foto di Francesca e Dodò

Funerale francesca Anastasio

Giovanni ha guardato continuamente la foto sulla bara di Francesca: c’erano la moglie ed il figlio abbracciati tra gli angeli. Ha continuato a tenere la sua mano sul legno chiaro per non rescindere quel legame con la donna che insieme a lui aveva trasformato il dolore immenso della perdita del figlio, in amore verso gli altri per evitare che altri ragazzi innocenti potessero cadere sotto le pallottole della mafia.

Presente il procuratore della Dda e tante autorità

A rendere omaggio a Francesca tanta gente che si è stretta attorno a Giovanni Gabriele.  I soci di Libera, quelli dell’Avis che hanno accompagnato Francesca e Giovanni nella loro lotta contro la ndrangheta. Alla cerimonia ha partecipato anche il procuratore della Dda, Salvatore Curcio, che istruì il processo che portò alla condanna degli assassini di Dodò; c’era il prefetto di Crotone, Franca Ferraro, e il prefetto di Salerno, Vincenzo Panico, che all’epoca dell’omicidio guidava l’ufficio di governo di Crotone. Presenti tutte le autorità militari e politiche cittadinbe: c’erano il sindaco di Crotone, Vincenzo Voce, e quello di Crucoli (paese d’origine di Francesca), Cataldo Librandi. C’erano i giornalisti di Crotone che non hanno mai abbandonato questa famiglia.

Funerale Francesca Anastasio

Una ferita che si riapre

La morte della madre del piccolo Dodò Gabriele ha riaperto una ferita che da 17 anni ha segnato non solo una famiglia, ma un’intera comunità. Il vescovo Torriani non ha nascosto il lato più aspro del dolore, quello che spinge l’uomo a gridare il proprio smarrimento chiedendo conto a Dio dell’ingiustizia subita: “Signore, da che parte ti eri girato quel maledetto giorno? Dov’eri mentre una famiglia veniva trafitta per sempre dalla violenza degli uomini? Perché non hai fermato tutto questo?”.
Queste domande, che fanno tremare le certezze umane, trovano risposta nel significato più intimo del credere, perché, come ha ricordato Torriani, “la fede cristiana non è anestesia del dolore, non è una formula magica per non soffrire, non è una vernice religiosa estesa sopra le crepe della vita. La fede è continuare ostinatamente a parlare con Dio quando sembra silenzioso, anche quando pare assente, anche quando il cielo sembra chiuso”.

Il coraggio di dire da che parte stare

Proprio in questa opera quotidiana il vescovo ha trovato il messaggio di speranza che va oltre la morte: “Il vero coraggio – ha detto Torriani – è non lasciare che il male abbia l’ultima parola. Perché lo sappiamo bene, la ‘Ndrangheta non uccide soltanto con i colpi delle armi. La ‘Ndrangheta vince davvero quando abitua una terra alla rassegnazione, quando convince le persone che nulla possa cambiare. Quando spegne la fiducia, quando rende normale la paura, quando fa pensare che tanto il bene sia inutile. Il coraggio è continuare a credere che questa terra non è condannata, il coraggio è educare i giovani alla libertà e alla non violenza per non abituarci mai al male. Il coraggio è custodire la memoria non come un monumento fermo, ma come una coscienza viva che continua a provocare in tutti noi, perché ci sono vite come quella di Francesca che, attraversando il dolore, continuano ancora a parlare e ci indicano con disarmante verità da che parte stare”.