Via Israele pesa sul voto, il caso entra nelle urne
La battaglia sui 24 alloggi popolari divide la campagna elettorale e condiziona le scelte a Tufolo e Farina
CROTONE – L’ordinanza del tribunale amministrativo di Catanzaro, pubblicata a meno di una settimana dall’apertura dei seggi, ha di fatto congelato la battaglia legale sui ventiquattro alloggi di via Israele fino al 16 settembre. Tecnicamente è una decisione formale, dovuta al fatto che gli ultimi documenti depositati non rispettavano i tempi previsti dalla legge per consentire alle parti di difendersi. Ma l’effetto pratico è completamente diverso, perché quella scadenza processuale si è andata a incastrare perfettamente nel fine settimana in cui la città sceglie il nuovo sindaco e il nuovo consiglio comunale.
Questa sovrapposizione temporale non è neutra, perché la protesta nata nel quartiere è diventata – insieme alla vicenda dell’ex mercato generale con il suo temibile carico di amianto – il trampolino di lancio per la sfida elettorale. La candidatura di Giuseppe Trocino alla guida della coalizione progressista è nata proprio dalle assemblee e dalle proteste del Comitato di quartiere Tufolo-Farina, di cui lo stesso Trocino è il rappresentante legale. Quella che era cominciata come una mobilitazione di residenti contrari al palazzone si è trasformata in una vera e propria proposta politica in aperta contrapposizione al sindaco uscente Vincenzo Voce, con una lista elettorale riempita dagli stessi cittadini scesi in strada a protestare. In questo modo, la battaglia contro il cemento si è spostata direttamente sulle schede elettorali, in un confronto che vede correre per la carica di primo cittadino anche Fabrizio Meo e Vito Barresi.
Il rinvio dei giudici fa sì che l’ombra del grande palazzone di edilizia sociale si allunghi inevitabilmente sopra le urne, diventando una presenza ingombrante e invisibile dentro la cabina elettorale. Circa un terzo della popolazione della città si concentra nei quartieri di Tufolo e Farina, la zona direttamente coinvolta dal progetto e dalla protesta, e questo trasforma un contenzioso edilizio in un elemento capace di orientare il voto di migliaia di persone. I cittadini si trovano a votare al buio, senza che la giustizia abbia stabilito se quel progetto da oltre cinque milioni di euro, già appaltato definitivamente a febbraio dall’ufficio tecnico del Comune, sia legittimo o meno. Anzi, lo stesso tribunale ha chiesto un ulteriore approfondimento al proprio perito tecnico, segno che i dubbi sulla destinazione a verde dell’area o sulle zone di protezione civile sono tuttora aperti e verranno chiariti solo a estate inoltrata.
Il risultato è che la scheda elettorale si trasforma in un giudizio anticipato. Chi va a votare in quei quartieri non sta solo scegliendo un’amministrazione, ma sta esprimendo un’opinione molto concreta sull’insediamento popolare. La firma del contratto con l’impresa costruttrice c’è già, i soldi dei fondi europei e regionali di Agenda Urbana sono impegnati, ma la certezza sul destino dell’area non c’è. Questa incertezza non spegne la discussione, la esaspera. La decisione del Tar di rimandare tutto a settembre non ha ripulito il campo, ha semplicemente lasciato che fosse il voto popolare a colmare il vuoto della sentenza. Chiunque uscirà vincitore dalle urne lunedì sera si troverà a gestire una situazione in cui destino urbanistico di quell’area è appeso al giudizio amministrativo che arriverà solo a cento giorni dall’insediamento, rendendo i ventiquattro alloggi di via Israele il vero convitato di pietra di queste elezioni.


