Scuola
|Il musical Oltre il mare la luce: standing ovation al teatro di Crotone
Gli studenti del Liceo Gravina emozionano il pubblico con un’opera inedita ispirata alla strage di Cutro. Un inno alla vita e all’inclusione.
CROTONE – Terribilmente bella. Drammaticamente emozionante. Neppure con gli ossimori si riesce a descrivere in un articolo lo straordinario lavoro compiuto dagli allievi del liceo “Gian Vincenzo Gravina” di Crotone con l’opera inedita ‘Oltre il mare la luce’. Ragazzi adolescenti che venerdì 29 maggio, al teatro “Scaramuzza”, hanno mostrato come si possa reagire alla forza del destino, spiegando come un dramma possa avere risvolti inattesi e aprirsi alla speranza: che tu sia un migrante o uno studente calabrese.
Ispirato alla strage di Cutro
Ispirato alla tragica strage di Cutro del 26 febbraio 2023, il musical ‘Oltre il mare la luce’ vanta un libretto originale scritto dal maestro Luigi Benincasa, insegnante del Gravina. L’opera è un compendio perfetto di milioni di storie di migrazione, sofferenza, paura e morte, ma anche di accoglienza, rinascita e vita. Il progetto nasce dall’adesione dell’istituto, diretto da Antonio Santoro, al Piano Estate 2025, finanziato attraverso i fondi del Programma Nazionale (PN) “Scuola e Competenze” 2021-2027. Attraverso 13 brani inediti suonati dall’orchestra “Scaramuzza”, il musical racconta la storia di tre ragazzi – Narin, Sila e Dara – che sognano un’esistenza diversa, impossibile da costruire nel loro Paese d’origine. È la narrazione del vissuto di milioni di giovani a cui viene negato un futuro, ma anche di tanti ragazzi italiani che vorrebbero tornare a sognare in grande.
Il dramma e la speranza nel musical Oltre il mare la luce
“Nella mia stanza ci sono mondi interi, astronavi, principesse e guerrieri. Ma fuori la porta c’è solo polvere e fame, e un biglietto per partire, senza sapere dove andare… Questa sono io. Visto? Ho le ali. Ma ancora non riesco a volare“, canta Narin (interpretata da Azzurra Falzetta) nel toccante brano iniziale.
L’opera inizia forte. L’orchestra degli studenti crotonesi – che ha inaugurato la tradizionale “buca” del teatro – scandisce in modo impeccabile i diversi momenti narrativi. I lunghi mesi di prove risuonano nell’esecuzione diretta dal maestro Benincasa. Ci si accorge subito che non si tratta di un semplice saggio scolastico, ma di un piccolo capolavoro che unisce magistralmente le competenze acquisite da 130 protagonisti tra musicisti, attori, cantanti e staff organizzativo. Ragazzi calabresi che, insieme ai loro insegnanti e tutor, come i tre protagonisti dell’opera, dicono: noi siamo questi, noi siamo straordinariamente bravi, dateci i mezzi.

“Domani non ha certezze… ma ha coraggio, ha vento, ha fame di vita!“, canta Sila (Emily Tricoli). Il destino può cambiare grazie all’unione: “Ho sei datteri, tre parole e due sogni. Li vendo tutti a chi ha fame di futuro. E chi resta qui… canta per chi parte“, intona Fatim (ruolo interpretato da Camilla Mari ed Emma Pugliese nelle due repliche), un bambino che tra la folla offre quello che ha per aiutare i ragazzi nel loro sogno.
Un sogno che deve portarli lontano dalle loro radici che però, restano integre: “Partiamo, perché sogniamo. Ma ovunque andiamo… questa terra ci cammina dentro” intona il coro ricordando in qualche modo quel canto degli esuli del più famoso Va’ Pensiero di Verdi e nella coreografa il dipinto ‘Il Quarto Stato’ di Pellizza. Coro che ricorda anche le parole dei nostri nonni che hanno lasciato la Calabria per trovare lavoro altrove. Si deve partire con coraggio e forza. E con l’ottimismo di Dara (Francesco Adamo) “Ce la faremo. Perché noi siamo tre. Tre non si rompono. Si tengono”.
Il viaggio in mare e il tragico naufragio
La parte centrale dell’opera racconta il terrore della traversata: “Io non sono un uomo, sono una porta. Attraverso me, si passa o si muore. […] Io sono solo il mare che trasporta“, canta lo scafista (Rosario Costanzo). Il coro replica: “Non abbiamo ali, ma vento nel petto. Non abbiamo casa, ma un biglietto di sabbia. E davanti a noi… l’acqua, il cielo e il buio“. E il trafficante intima senza pietà: “Pagate. Salite. Tacete“.

Se i tre solisti impressionano per bravura e controllo vocale, le parti del coro fanno venire la pelle d’oca, specialmente per chi ha narrato la cronaca degli sbarchi e il dramma di Cutro. Vedere la rappresentazione del viaggio in mare, ascoltare il canto dei migranti, è un colpo micidiale. Le musiche caratterizzate dall’uso di percussioni, le parole del libretto riassumono la narrazione fatta nelle realtà dai superstiti: “Il mare non ha occhi… ma vede tutto. Somiglia ad un animale con la bocca. Non ha braccia… ma ci stringe forte. Non ha volto… ma urla nel vento. Il mare… è l’ultima domanda” canta il coro mentre Narin lancia il suo messaggio: “Ho disegnato l’oceano con l’inchiostro più nero, ma non sapevo che potesse piangere. Ho disegnato una barca, un’aquila, un domani… ma ora ho solo questa paura di piangere. Se affondiamo… che almeno resti una storia. Se viviamo… che almeno sia per volare”.

Le percussioni salgono di intensità, il tuoni, il mare. Il silenzio: il naufragio. Ma proprio in questo abisso, l’opera apre uno spiraglio alla speranza. “Dormono. I cuori… dormono. Tra i pezzi di legno. Tra le stelle spezzate. Sopra la sabbia, come conchiglie che il mare ha lasciato. Dormono. Ma non è la fine… È l’inizio del respiro“, canta l’Angelo (interpretato da Simona Pupa, Elia Schipani Francesca).
La standing ovation finale per il musical Oltre il mare la luce
Il secondo atto si apre con la dura consapevolezza di essere sopravvissuti. Narin intona: “Ero preparata a volare… ma non a svegliarmi tra i resti. Il mare non ci ha voluti… e ora ci guarda in silenzio”. Nasce la speranza di un futuro migliore per tutti: l’accoglienza, l’incontro, l’inclusione. Il brano cantato dal coro è magnifico. Benincasa lo ha scritto in dialetto. Poche, poche strofe che contengono tutta l’anima calabrese: “Chini arriva du mari, tena u sulu e lu jantu nto cori… ma tena puru a spiranza. Nua u navimu l’aviri ma avimu i mani. Chini vena du mari, u bena pì arrubbari, vena pì campari”.
Il finale si traduce nell’unica reazione possibile: cinque minuti ininterrotti di standing ovation per tutti: chi è stato sul palco e chi dietro le quinte, chi ha gestito il teatro, chi ha curato gli effetti video. Applausi misti a lacrime di emozione. Di pura commozione per chi ha raccontato i giorni drammatici della strage di Cutro del 26 febbraio 2023. Proponiamo: questi ragazzi devono esibirsi questa estate davanti a migliaia di persone: che sia una piazza, un teatro all’aperto, una spiaggia. Devono raccontare questa storia al mondo, devono mostrare al mondo quanto sono bravi.






