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Processo Naufragio Cutro, Aloi: ritardo comunicazioni ha bloccato intervento Sar

L’ex comandante della Capitaneria di Crotone ha testimoniato per quasi tre ore nell’udienza il 5 giugno al Tribunale

CROTONE – “Se non c’era più possibilità di individuare il caicco avrebbero dovuto comunicarcelo: lo avremmo intercettato a due miglia dalla costa e non si sarebbe spiaggiato. Ma quell’informazione a noi della Capitaneria di Crotone non è arrivata. Che ci fosse un caicco in fase di naufragio ce lo hanno detto i carabinieri. È mancata una comunicazione che avrebbe potuto farci assumere la responsabilità del Sar. Questa informazione è arrivata troppo tardi”.

Naufragio di Cutro, la gestione dell’emergenza

Sono le parole del capitano di vascello Vittorio Aloi, comandante della Capitaneria di porto di Crotone all’epoca del naufragio di Cutro. Aloi è stato il teste principale dell’udienza svoltasi venerdì 5 giugno al Tribunale di Crotone, dove si sta celebrando il processo sui mancati soccorsi al caicco Summer Love, naufragato a Cutro il 26 febbraio 2023. Un’udienza infinita, iniziata alle 9 del mattino e conclusasi dopo le 17 con pochissime pause. L’ex comandante della Capitaneria di Crotone – che quel giorno non era in servizio (si trovava a Olbia, da dove è subito rientrato) – è stato sollecitato dal pm Matteo Staccini a chiarire come si arrivi a dichiarare un evento di ricerca e soccorso (Sar) mentre c’è un’operazione di polizia in corso (law enforcement): “L’accordo tecnico-operativo del 2005 ha dato priorità all’attività di polizia, e questo lo capisco, perché quando c’è un’attività di ombreggiamento e monitoraggio di un’imbarcazione sospetta, l’intervento della Guardia Costiera può mandare all’aria l’operazione per individuare gli scafisti. Nell’accordo c’è scritto che quando emergono elementi che si ritiene possano creare pericolo per la vita delle persone in mare, è il Corpo delle Capitanerie di porto a intervenire. Spessissimo abbiamo condotto queste attività con la Finanza, che può diventare a sua volta un operatore Sar”.

Aloi, rispondendo anche alle domande del presidente del collegio penale, Alfonso Scibona, ha specificato che, dalle informazioni ricevute quella notte, “non c’erano elementi per dichiarare il Sar. Sapevamo, infatti, che c’erano unità navali della Finanza in mare. Se un target è monitorato, abbiamo la certezza che c’è un occhio delle istituzioni in campo e, se ci avvisano, interveniamo. Era un’operazione di law enforcement e, su nostra richiesta, la Finanza ci rispose che la stavano gestendo come operazione di polizia. Sapendo che c’era una motovedetta della Finanza, io sto tranquillo perché ha competenza e sa valutare. Se avessero detto ‘forse me la sono persa’, sarebbe scattata la fase di Incerfa (allerta per incertezza, ndr). Io mi sarei aspettato che qualcuno ci avvertisse in questo lasso di tempo, e non so perché ci sia stato questo ritardo nella comunicazione”.

Il nodo delle comunicazioni con la Guardia di Finanza

Quella notte tra Finanza e Capitaneria di porto ci sono state poche comunicazioni. La prima è avvenuta alle 23:36 (pochi minuti dopo la segnalazione di Frontex), poi si sono risentiti praticamente dopo il naufragio. Su domanda dell’avvocato di parte civile, Enrico Calabrese, il capitano di vascello Aloi è intervenuto proprio sulle parole di quella prima conversazione – “Per il momento è un’attività di polizia, abbiamo la nostra motovedetta che l’attenderà, mare permettendo” – pronunciate dal brigadiere Giuseppe Grillo (imputato) nella telefonata con gli operatori della Sala Operativa del V Mrsc di Reggio Calabria: “Uno che dice ‘mare permettendo’ si assume anche l’onere di dire: ‘Guarda che il mare è diventato cattivo e non ce la faccio’”, ha detto Aloi.
“I mezzi della Guardia Costiera – ha ribadito il capitano di vascello – potevano affrontare quelle condizioni meteo: c’era un’onda media di due metri e mezzo e la nostra unità non avrebbe avuto alcuna difficoltà ad andare. Sono autoribaltanti, sono fatte apposta per garantire il soccorso. In meno di due ore saremmo stati lì”.

Il ruolo di Frontex nelle ore precedenti al naufragio di Cutro

 “Per dichiarare una situazione di Incerfa  – ha detto ancora Aloi – e prepararsi a eventuali emergenze, servono una serie di riscontri, come il mancato contatto radio o la conoscenza del luogo di partenza e di arrivo. Non avendo questi riscontri con i migranti, esiste il principio di precauzione, il quale dice: se il rischio non lo puoi escludere, lo devi considerare. E a quel punto scatta la fase successiva di allerta. Quando arriva la comunicazione di Frontex non c’è la fase di incertezza. Noi non sapevamo da dove fosse partita, ma navigavano in pieno assetto con il mare in poppa. Non c’erano pericoli evidenti per la vita umana. Il problema me lo devo porre quando non la vedo più. Noi sapevamo che c’erano un’unità e una struttura della Finanza che stavano seguendo il caso. In Capitaneria, fino alle 4:10, eravamo convinti che ci fossero unità concorrenti nei soccorsi ed eravamo tranquilli. Se avessimo saputo che non c’erano motovedette in mare sarebbe scattata l’Incerfa, ma noi sapevamo che c’erano”.

Aloi ha poi specificato, rispondendo all’avvocato Sergio Rotundo, difensore del colonnello Nicolino Vardaro, comandante del Gan di Taranto: “La qualificazione dell’evento non sarebbe cambiata se avessimo saputo che c’erano 100 migranti sul caicco. Ha navigato per 300 miglia senza problemi. Il problema non è la navigazione o il numero di persone, il pericolo è arrivare vicino alla costa con quella nave”.

Che tassello è mancato? Ha chiesto il giudice Scibona: “A Punta Stilo e Isola di Capo Rizzuto, la Finanza ha due radar. Noi non abbiamo radar in Sala operativa. Se io non batto il target con il radar, devo pensare che la nave sia affondata e che non si tratti più di un’attività di polizia e di tutela dei confini, ma di ricerca e soccorso. Ma quell’informazione è arrivata troppo tardi”.