Segnali dei tempi
|Imparare a fermarsi: il valore dell’ascolto
Ritmi frenetici e vuoti da colmare: una riflessione psicologica su noia, ascolto di sé e benessere quotidiano
Viviamo in un tempo che ci chiede spesso di correre. Corriamo al lavoro, a scuola, tra impegni familiari, notifiche, scadenze, aspettative. Anche quando il corpo si ferma, la mente continua a inseguire pensieri, doveri, preoccupazioni. In questo ritmo veloce, quasi senza accorgercene, rischiamo di perdere il contatto con una domanda semplice ma fondamentale: “Come sto davvero?”.
Con questo primo articolo inauguriamo uno spazio dedicato alla psicologia, pensato per tutti e per tutte le età. Non uno spazio per “addetti ai lavori”, ma un’occasione per riflettere insieme su temi che riguardano la vita quotidiana: le relazioni, le emozioni, il benessere, le difficoltà, le risorse che ciascuno di noi possiede. Partiamo da un tema apparentemente semplice, ma in realtà molto profondo: l’importanza di sapersi ascoltare, fermare e rispettare.
Fermarsi, oggi, può sembrare quasi un lusso. A volte viene confuso con il non fare abbastanza, con la pigrizia, con la perdita di tempo. Eppure, fermarsi non significa rinunciare alla vita: significa rientrarci con maggiore consapevolezza. Significa accorgersi di ciò che proviamo, riconoscere la stanchezza, dare un nome a un’emozione, ascoltare un bisogno prima che diventi urgenza. Fermarsi può voler dire fare una passeggiata senza fretta, restare qualche minuto in silenzio, respirare, spegnere il telefono, guardare un figlio mentre gioca, ascoltare davvero una persona cara, oppure semplicemente concedersi il diritto di non riempire ogni spazio.
Anche la noia, spesso temuta o evitata, può assumere un nuovo significato. Siamo abituati a scacciarla subito: appena arriva un momento vuoto, prendiamo in mano il telefono, accendiamo la televisione, cerchiamo qualcosa da fare. Ma cosa accadrebbe se provassimo a restare per un po’ dentro quel vuoto? La noia può diventare una soglia, un punto di partenza, uno spazio in cui la mente smette di essere guidata dall’esterno e comincia a muoversi liberamente.
Nel libro illustrato Uffa, che noia! di Shinsuke Yoshitake, la noia viene raccontata con leggerezza e intelligenza. Il bambino protagonista si annoia, ma proprio da quella sensazione nascono domande, immagini, possibilità, idee buffe e creative. La noia non è più soltanto qualcosa da eliminare: diventa un’occasione per immaginare. È un messaggio prezioso soprattutto per i bambini, ma anche per gli adulti. Non sempre dobbiamo offrire risposte immediate, giochi, schermi o soluzioni. A volte possiamo permettere alla mente di cercare da sola la propria strada. È spesso nei momenti meno programmati che nasce la creatività.
Molto diverso è lo sguardo di Alberto Moravia ne La noia. Qui la noia non è uno spazio fertile e giocoso, ma una condizione esistenziale più profonda e dolorosa. Il protagonista, un pittore incapace di stabilire una connessione autentica con il mondo, vive una distanza dalle cose, dalle persone, da sè stesso. La realtà sembra sfuggirgli, perdere consistenza. In questa apatia cerca allora di colmare il vuoto attraverso un’ossessione amorosa, ma senza riuscire davvero a sentirsi vivo. Moravia ci mostra un altro volto della noia: quello che può comparire quando non siamo più in contatto con il desiderio, con il senso, con la relazione autentica.
Questi due spaccati, così diversi tra loro, sono entrambi importanti. Da una parte la noia come apertura, immaginazione, domanda. Dall’altra la noia come segnale di scollegamento, come campanello d’allarme di un disagio più profondo. La differenza sta forse proprio nell’ascolto. Se mi annoio e riesco a chiedermi “che cosa sta succedendo dentro di me?”, la noia può diventare una guida. Se invece la copro, la nego, la riempio compulsivamente o la subisco senza comprenderla, può trasformarsi in vuoto, isolamento, apatia.
La psicologia ci invita da tempo a prestare attenzione a questi segnali. Non solo ai grandi dolori, ma anche ai piccoli indizi quotidiani: l’irritazione continua, la stanchezza che non passa, il bisogno di controllo, la difficoltà a dire no, la sensazione di non provare più entusiasmo. Ascoltarsi non significa analizzarsi continuamente o preoccuparsi di ogni emozione. Significa, più semplicemente, sviluppare familiarità con il proprio mondo interno.
Anche l’Analisi Transazionale, approccio psicologico fondato da Eric Berne, offre una chiave di lettura utile e comprensibile. Secondo questo modello, dentro ciascuno di noi convivono diversi “stati dell’Io”: il Genitore, l’Adulto e il Bambino. Il Genitore contiene regole, giudizi, insegnamenti ricevuti; il Bambino custodisce emozioni, bisogni, spontaneità, paure e desideri; l’Adulto osserva la realtà presente, valuta, sceglie, mette ordine. Quando non ci ascoltiamo, può accadere che una parte di noi prenda il sopravvento: il Genitore critico ci dice “devi fare di più”, il Bambino si sente trascurato o arrabbiato, l’Adulto fatica a trovare uno spazio per decidere con lucidità.
Fermarsi, allora, può diventare un modo per far dialogare queste parti. Posso chiedermi: sto agendo perché lo desidero davvero o perché penso di doverlo fare? Sto rispettando i miei limiti o li sto ignorando? Cosa sta cercando di dirmi questa stanchezza? Di cosa avrebbe bisogno oggi la parte più fragile di me? E quale scelta adulta, concreta e possibile, posso fare per prendermene cura?
Un altro concetto caro all’Analisi Transazionale è quello delle “carezze”, intese come riconoscimenti. Ogni persona ha bisogno di essere vista, ascoltata, riconosciuta. Non solo i bambini, ma anche gli adulti, gli anziani, i genitori, i lavoratori, gli adolescenti. A volte cerchiamo riconoscimento facendo sempre di più, rendendoci indispensabili, compiacendo gli altri, nascondendo la fatica. Ma il rispetto di sé nasce anche dalla capacità di riconoscersi valore senza dover continuamente dimostrare qualcosa.
Sapersi rispettare significa imparare a dire qualche no, a mettere confini, a chiedere aiuto, a non giudicarsi con durezza quando si è stanchi o confusi. Significa anche rispettare i tempi degli altri: quelli di un bambino che ha bisogno di annoiarsi per inventare, di un adolescente che cerca la propria identità, di un adulto che attraversa un cambiamento, di un anziano che desidera essere ascoltato senza fretta.
Il messaggio che possiamo lasciare ai lettori è questo: fermarsi non è un fallimento, è una forma di presenza. La noia non è sempre un nemico, può essere una porta. Il silenzio non è vuoto, può contenere domande importanti. In un mondo che spesso ci vuole sempre produttivi, disponibili e veloci, imparare ad ascoltarsi diventa un atto di responsabilità verso sé stessi e verso la comunità.
Perché una comunità più consapevole nasce anche da persone che sanno riconoscere ciò che provano, rispettare i propri limiti e ascoltare quelli degli altri. A volte, proprio quando smettiamo di riempire ogni spazio, qualcosa di inatteso può affiorare: un pensiero nuovo, un ricordo, un desiderio, una soluzione, una fantasia, una parola da dire o da non dire. Forse il primo passo verso il benessere non è fare di più, ma fermarsi abbastanza da sentire dove siamo. E da lì, con più gentilezza, ricominciare.
(*) Psicologa clinica, psicoterapeuta ad orientamento analitico-transazionale e ricercatrice presso l’Istituto S. Anna di Crotone


