Segnali dei tempi
|Finisce la scuola, non il bisogno di appartenenza
Per molti ragazzi l’estate è libertà, per altri un tempo di solitudine, insicurezza e ricerca di un posto nel gruppo
La fine della scuola, per molti adolescenti, è un momento atteso come una liberazione. Suona l’ultima campanella, si chiudono i libri, si allentano gli orari, le verifiche diventano un ricordo e davanti si apre un tempo nuovo. Per molti ragazzi questo tempo significa mare, amici, uscite serali, sport, viaggi, giornate più leggere. Per altri, invece, l’estate può diventare un tempo più difficile: un tempo vuoto, incerto, silenzioso. Un tempo in cui ci si accorge di non sapere bene dove andare, chi chiamare, a quale gruppo appartenere.
È proprio qui che molti genitori iniziano a porsi domande: “Come mai mio figlio non esce?”, “Perché non raggiunge gli altri la sera?”, “Perché resta chiuso in camera proprio ora che non ha più la scuola?”, “È solo pigrizia o c’è qualcosa di più?”. Sono domande importanti, perché dietro il ritiro di un adolescente non c’è sempre svogliatezza. A volte c’è paura. A volte c’è vergogna. A volte c’è la sensazione di non avere un posto.
Durante l’anno scolastico la routine protegge: ci sono orari, compagni, professori, interrogazioni, autobus, ricreazioni, messaggi sul gruppo classe. Anche chi si sente fragile, in qualche modo, ha un contenitore. L’estate cambia tutto. Le giornate diventano più libere, ma proprio questa libertà può spaventare. Non tutti sanno come usarla. Non tutti hanno un gruppo. Non tutti si sentono scelti.
Per un adolescente, appartenere è una parola enorme. Non significa soltanto “avere amici”. Significa sentire di avere un posto nel mondo. Significa poter dire: “Io sono”, “Io conto”, “Io sono visto”. Nell’analisi transazionale, l’appartenenza è legata al bisogno profondo di riconoscimento: ogni persona ha bisogno di ricevere segnali che confermino la propria esistenza agli occhi degli altri. Un saluto, un invito, uno sguardo, una risposta a un messaggio, una battuta condivisa. Per un adulto possono sembrare dettagli. Per un adolescente possono essere prove concrete di valore.
Quando un ragazzo non viene cercato, o teme di non essere cercato, può iniziare a ritirarsi. Non sempre perché non desidera uscire, ma perché l’uscita diventa una prova troppo grande. “E se non mi vogliono?”, “E se sono di troppo?”, “E se non so cosa dire?”, “E se mi giudicano?”. La paura sociale spesso non si presenta con grandi dichiarazioni. Si nasconde dietro frasi semplici: “Non mi va”, “Sono stanco”, “Escono sempre i soliti”, “Non ho niente da mettermi”, “Tanto mi annoio”. A volte queste frasi sono vere. Altre volte coprono un disagio più profondo.
La vergogna è un sentimento molto potente nell’adolescenza. È diversa dal senso di colpa. Il senso di colpa dice: “Ho fatto qualcosa di sbagliato”. La vergogna dice: “Sono io sbagliato”. Ed è per questo che blocca. Un ragazzo che prova vergogna può evitare gli altri non perché non li desideri, ma perché teme di essere visto proprio dove si sente fragile. La stanza, allora, diventa rifugio. Il telefono diventa finestra e barriera. I videogiochi, le serie, i social diventano luoghi in cui stare senza esporsi troppo.
Non bisogna demonizzare questi strumenti. Per molti adolescenti il mondo digitale è anche relazione, gioco, linguaggio, creatività. Ma quando tutto si riduce a quello, quando il corpo non esce più, quando il sonno si altera, quando la giornata perde ritmo, quando il ragazzo appare sempre più irritabile o spento, allora è importante fermarsi e ascoltare.
Ascoltare non significa interrogare. Un adolescente che si sente sotto processo si chiude ancora di più. Frasi come “Alla tua età io uscivo sempre”, “Non puoi stare così”, “Sei esagerato”, “Ti stai rovinando l’estate” spesso aumentano la distanza. Il genitore, invece, può provare ad avvicinarsi con parole meno giudicanti: “Mi sembra che in questi giorni tu faccia più fatica a uscire”, “Non voglio forzarti, ma mi interessa capire come stai”, “A volte l’estate sembra facile per tutti, ma non lo è per forza”, “Possiamo pensare insieme a un piccolo passo?”.
Il punto non è spingere subito il figlio fuori casa. Il punto è aiutarlo a non sentirsi solo nella sua difficoltà. Un ragazzo che si ritira spesso non ha bisogno di una predica, ma di uno sguardo che non lo umili. Ha bisogno di sentire che il genitore non vede solo il comportamento, ma anche la fatica che ci sta sotto.
In questo senso può essere utile ricordare ciò che Donald Winnicott, pediatra e psicoanalista, ha spiegato in molti suoi scritti: crescere richiede uno spazio sufficientemente sicuro in cui poter provare, sbagliare, tornare indietro e ripartire. L’adolescente non diventa autonomo perché viene lasciato solo. Diventa autonomo quando sente di poter esplorare sapendo che qualcuno resta disponibile.
Cosa possono fare concretamente i genitori durante l’estate? Prima di tutto, mantenere alcune routine leggere. Non serve trasformare le vacanze in una caserma, ma neppure lasciare che le giornate si sciolgano completamente. Un orario ragionevole per svegliarsi, un compito domestico, un’attività fisica, un pranzo condiviso, una commissione da fare possono aiutare a dare forma al tempo. La libertà senza confini, per chi è fragile, può diventare disorientamento.
Secondo: proporre senza invadere. “Ti va di invitare qualcuno a casa?”, “Potremmo andare a fare una passeggiata”, “Vuoi provare un’attività nuova per qualche settimana?”. L’obiettivo non è riempire l’agenda, ma creare occasioni possibili. Piccole, realistiche, non umilianti.
Terzo: non misurare il valore di un figlio dal numero di uscite o di amici. Ci sono ragazzi più sociali e ragazzi più introversi. Il problema non è stare da soli. Il problema è sentirsi esclusi, bloccati, invisibili. C’è una solitudine scelta che nutre e una solitudine subita che ferisce. Il genitore deve imparare a distinguere.
Quarto: osservare i segnali. Se il ritiro dura molti giorni, se il ragazzo smette di curarsi, dorme troppo o troppo poco, perde interesse per tutto, evita ogni contatto, appare molto triste o molto arrabbiato, parla di sé in modo svalutante, è utile chiedere aiuto a uno psicologo o a un servizio competente. Chiedere aiuto non significa patologizzare l’adolescenza. Significa prendersene cura.
Infine, è importante restituire ai figli una verità semplice: non bisogna essere sempre brillanti per appartenere. Non bisogna avere sempre qualcosa da raccontare, essere popolari, vincenti, perfetti. Si appartiene anche quando si è incerti. Anche quando si ha paura. Anche quando non si sa bene da dove cominciare.
Un messaggio che possiamo lasciare ai genitori è questo: non guardate soltanto la porta chiusa della camera. Chiedetevi cosa protegge quella porta. Forse protegge una paura, una vergogna, un desiderio non detto. Bussare con delicatezza, senza sfondare, è già un modo per dire: “Io ti vedo”. E per molti adolescenti, essere visti senza essere giudicati è il primo passo per tornare nel mondo.
Per approfondire questi temi possono essere utili libri come A che cosa servono i genitori di Donald W. Winnicott, A che gioco giochiamo di Eric Berne, testo fondamentale dell’analisi transazionale, e L’età dello tsunami di Alberto Pellai e Barbara Tamborini, dedicato proprio alle trasformazioni dell’adolescenza. Letture diverse, ma unite da una stessa idea: crescere non è una linea dritta. È un cammino fatto di presenza, riconoscimento e fiducia.
(*) Psicologa clinica, psicoterapeuta ad orientamento analitico-transazionale
e ricercatrice presso l’Istituto S. Anna di Crotone


