Fissata l'udienza
|Sversamento percolato discarica Scala Coeli: chiesto giudizio per 5 persone
Il sostituto procuratore Primicerio: gravi omissioni e i lavori abusivi hanno causato l’inquinamento nel Nicà. Imputati accusati di disastro ambientale
CASTROVILLARI – Dopo oltre tre anni di apparente stasi il procedimento giudiziario, il giudice per le udienze preliminari del Tribunale di Castrovillari, Orvieto Matonti, ha fissato al 15 settembre 2026 l’udienza per far luce sull’incidente alla discarica di Scala Coeli che il 22 giugno 2023 ha causato lo sversamento di migliaia di metri cubi di percolato nel fiume Nicà e nel mare Ionio. La Procura della Repubblica di Castrovillari ha chiesto il rinvio a giudizio per cinque persone fisiche e una società.
L’inchiesta sul disastro ambientale: la svolta
Le indagini condotte dal procuratore Alessandro D’Alessio e dal sostituto Luca Primicerio hanno delineato un quadro accusatorio denso di dettagli, portando a galla presunti abusi edilizi, omissioni e gravi difetti strutturali. Il nodo centrale dell’inchiesta si stringe attorno alle responsabilità per il disastro ambientale della discarica di Scala Coeli, un evento che ha ferito profondamente un intero ecosistema sversando oltre 15.000 metri cubi di percolato nei corsi d’acqua, fino a raggiungere il mar Ionio.
I pm hanno chiesto il processo per Eugenio Pulignano, ex Amministratore Unico della BIECO S.r.l., per Natale e Salvatore Fuoco (amministratori della ditta costruttrice “Calcestruzzi Cariatese S.n.c.”), per il direttore dei lavori Giuseppe Tomei e per Raffaele La Volla (amministratore della “Tekta S.r.l.”). Per tutti l’accusa è di aver causato abusivamente, e in concorso tra loro, un gravissimo inquinamento. A questi si aggiunge Pasqualino Guiducci, chiamato a rispondere per la responsabilità amministrativa della società BIECO S.r.l., accusata di non aver adottato i necessari modelli organizzativi per prevenire il reato.
Le cause del disastro ambientale: il tubo della discordia
Ma cosa ha provocato esattamente lo sversamento della valanga nera nel fiume Nicà? Secondo le carte della Procura, al centro della vicenda ci sarebbe l’installazione di una tubazione abusiva non prevista dal progetto originario.
Pulignano, in accordo con tecnici e imprese, avrebbe fatto interrare un tubo lungo oltre 60 metri e con un diametro di 60 centimetri sotto lo strato di argilla del secondo invaso, sfociando direttamente verso il fosso Colleferro. L’impianto, che nel 2019 aveva ottenuto l’autorizzazione per un massiccio ampliamento, non sarebbe stato adeguato ai nuovi volumi di rifiuti stoccati.
Le responsabilità tecniche e l’impatto sul territorio
Il quadro tecnico tracciato dagli inquirenti è spietato. L’installazione materiale della tubatura illecita viene contestata a Natale e Salvatore Fuoco. A causare la rottura fatale del bacino sarebbero state invece le operazioni di impermeabilizzazione gestite dall’azienda di Raffaele La Volla: l’ancoraggio del telo protettivo (spesso 2 millimetri) mediante picchetti in acciaio avrebbe letteralmente strappato la barriera, permettendo al percolato di scivolare verso il tubo abusivo. Il direttore dei lavori, Giuseppe Tomei, è accusato di aver avallato attivamente queste operazioni.
Tutto questo ha generato un danno incalcolabile. All’udienza preliminare, le istituzioni colpite avranno la possibilità di costituirsi parte civile: parliamo del Ministero dell’Ambiente, della Regione Calabria e dei Comuni di Scala Coeli, Cariati e Crucoli, costretti all’epoca a vietare la balneazione a causa dei veleni in mare. Resta da vedere quanti enti, dopo le promesse iniziali, formalizzeranno la loro effettiva presenza nel processo. Certa, invece, l’adesione di Legambiente, da sempre in prima linea contro l’impianto.
Revocata l’AIA dopo il disastro ambientale
Sul fronte amministrativo, la stretta è già arrivata. Lo scorso 19 maggio 2026, la Regione Calabria ha respinto l’istanza della BIECO S.r.l. per la riattivazione dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA), avviando formalmente l’iter per la revoca definitiva.
Una mossa che di fatto sancisce la chiusura amministrativa dell’impianto, confermando la sospensione già disposta nei mesi precedenti. Ora, la parola passa al Tribunale, chiamato a stabilire responsabilità e colpevoli di una delle pagine più buie per l’ambiente calabrese.


