Logo

Temi del giorno:

Processo Naufragio: priorità all’operazione di polizia non al soccorso

Le testimonianze in aula rivelano le scelte operative di Finanza e Capitaneria nella notte del 26 febbraio 2023 che costò la vita a 94 persone.

CROTONE – Prima l’attività di polizia, poi quella di soccorso alle persone. Questo è quanto emerso dalle testimonianze raccolte nel corso della quattordicesima udienza del processo sul naufragio di Cutro, il tragico evento che ha coinvolto il caicco Summer Love a Steccato il 26 febbraio 2023, costando la vita a 94 persone. Un procedimento penale che vede imputati quattro militari della Guardia di Finanza e due della Capitaneria di Porto accusati di omicidio e naufragio colposo.

Le dinamiche operative nel processo sul naufragio di Cutro

A confermare questa scala di priorità è stata la deposizione del colonnello Alberto Catone, comandante del Roan di Vibo Valentia dal 2018 al 2022. Davanti al collegio penale del Tribunale di Crotone, l’ufficiale ha illustrato le procedure adottate dalla Guardia di Finanza durante le operazioni in mare.

“Quando le imbarcazioni si avvicinano – ha spiegato – vengono allertati il Comando navale e i comandi provinciali per prepararsi a intervenire, qualora il natante non venga intercettato e si debbano rintracciare migranti e scafisti. Se conosciamo la direzione del target, ci dirigiamo verso quel punto per agire in modo meno visibile, prima che vengano disperse prove utili all’individuazione dei trafficanti. Solo se ci si rende conto che la situazione sta evolvendo in un evento Sar (Search and Rescue), si allerta la Guardia Costiera; in caso contrario, se siamo già sul posto, proseguiamo in autonomia”. Il colonnello ha poi rimarcato: “Nelle operazioni di polizia non è strettamente necessario uno scambio di informazioni con la Guardia costiera. La richiesta di ausilio scatta solo in presenza di condizioni obiettive che richiedono collaborazione”.

Le comunicazioni tra le Forze dell’Ordine

Un passaggio particolarmente teso ha riguardato le domande dell’avvocato Marilena Bonfiglio, difensore del capitano Francesca Perfido, ufficiale di servizio all’Imrcc quella tragica notte. La richiesta volta a capire se la Finanza fosse tenuta a informare la Guardia Costiera dell’assenza di un proprio assetto in mare ha suscitato l’irritazione dei difensori dei finanzieri, che si sono opposti ritenendola nociva. Riformulando il quesito, l’avvocato ha comunque ottenuto risposta: “Se la nostra unità rientra – ha precisato Catone – non viene necessariamente data questa informazione. Dal punto di vista del coordinamento pratico, normalmente si avvisava che si stava intraprendendo un’operazione, ma non c’è alcun obbligo formale”.

L’ex comandante del Roan ha inoltre dichiarato che “dopo Cutro non c’è stata alcuna modifica operativa”. Un’affermazione parzialmente smentita dai fatti successivi: dopo il disastro, infatti, non si è registrato alcuno sbarco o intercettamento senza la presenza diretta della Guardia Costiera. Rispondendo all’avvocato Tiziano Saporito, difensore dell’ufficiale di comando tattico Antonino Lo Presti, Catone ha aggiunto: “Non è mai capitato che la Capitaneria si sia intromessa in una nostra operazione, ma non ho neanche mai assistito a un rifiuto di intervento da parte loro, sebbene in situazioni dubbie ci sia stato modo di discutere”.

Le indagini del processo sul naufragio di Cutro e i dubbi irrisolti

Sul banco dei testimoni si sono susseguiti diversi militari in forza al Corpo delle Capitanerie di porto. Giuseppe Antonio Barretta, capo reparto operativo del V Mrsc di Reggio Calabria all’epoca dei fatti, ha sottolineato: “Non ho avuto contezza delle difficoltà della Finanza quella notte. Se loro non avessero avuto unità in mare, immagino ci avrebbero chiesto di uscire per effettuare un’operazione di polizia”. La deposizione di Denis Scarcia, operatore di turno in sala operativa, è stata invece caratterizzata da una lunga serie di “non ricordo”.

Il capitano di fregata Antonio Morana, vice capo del centro operativo dell’Imrcc, ha chiarito al Pubblico Ministero che “per eventi Sar capita di sollecitare aggiornamenti alla Finanza, ma per attività di law enforcement no”, aggiungendo di non rammentare richieste di ausilio per operazioni di polizia da parte delle Fiamme Gialle.

Il focus si è poi spostato sulla sala operativa di Roma dell’Imrcc, dove operava il capitano di fregata Giuseppe Quattrocchi. Quest’ultimo ha spiegato che, nei casi di avvistamento da parte di Frontex, si apre un fascicolo classificato come “evento immigratorio” proprio perché la fonte è un velivolo addetto al controllo delle frontiere. Tuttavia, è emersa la natura ambigua di tale classificazione: “Non significava che l’evento fosse con certezza di natura migratoria. Non era un’informazione vincolante, anche perché non c’erano elementi che confermassero che l’unità fosse adibita a quel traffico”.

Un’imbarcazione fantasma e le scelte cruciali

Per Quattrocchi, “la nave andava intercettata a vista a causa dell’incertezza sulla sua tipologia. Il quadro giuridico prevedeva l’intervento prioritario della Guardia di Finanza per fini di polizia”. Pur ammettendo che non si sapesse nulla sulla provenienza o sulla bandiera, ha precisato che “mancavano diverse informazioni per dichiarare la situazione di Incerfa, il primo grado di emergenza. Non c’era, ad esempio, il dubbio sulla sicurezza dell’unità, che stava navigando bene”.

Il capitano Quattrocchi ha anche detto che era la prima volta che vedeva una nave di quel tipo nello Ionio e che “l’Ais non è obbligatorio su questo unità”. Il presidente Scibona ha chiesto: “Se non ho nulla da nascondere e parto da Turchia e devo affrontare viaggio con tempo incerto, è mio interesse farmi rilevare per eventuali soccorsi o no?”. La risposta dell’ufficiale: “Ci sono armatori che non vogliono essere individuati”

Le dichiarazioni, però, hanno fatto emergere alcune palesi contraddizioni. Quando il giudice Scibona ha domandato se la mancanza visibile di dispositivi di sicurezza potesse assumere rilevanza per valutare l’emergenza, Quattrocchi ha risposto negativamente: “Secondo la mia esperienza, essendo cabinata, i dispositivi si trovano all’interno”. Una visione in netto contrasto con quanto affermato dal capitano D’Agostino nella precedente udienza, il quale aveva utilizzato proprio l’assenza di salvagenti in coperta come elemento discriminante per non classificare l’evento come migratorio.

“Il capitano Perfido ha fatto quello che doveva fare”

Il Summer Love si è così rivelato una nave anomala per il mare Ionio: un’imbarcazione mai vista, senza bandiera, priva di segnale Ais (non obbligatorio per quel tipo di natante) e con un’elevata traccia termica. Nessuno, tuttavia, è andato a verificare di cosa si trattasse. “Se avessimo avuto contezza delle difficoltà operative a investigare quel tipo di unità – ha concluso Quattrocchi – avremmo suggerito al centro di Reggio Calabria, e quest’ultimo a Crotone, di disporre l’impiego di unità navali per finalità di polizia”.
Quattrocchi, infine, ha ribadito che aveva le identiche informazioni del capitano Perfido ed ha precisato a domanda dell’avvocato Bonfiglio: “Lei aveva l’onere di condividere l’informazione che riguardava l’area di responsabilità del V Mrsc e così ha fatto. Non doveva fare altro”.