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Oasi Argo, l’inferno dopo l’incendio: la battaglia di Caterina per salvare il rifugio

Per aiutare l’Oasi a risorgere dalle proprie ceneri, è stata subito attivata una raccolta vitale su GoFundMe

CIRO’ MARINA – Pancake non si muove. Resta immobile, ostinatamente aggrappata a quella fredda recinzione. Si rifiuta di abbandonare il suolo in cui si è consumata l’ecatombe, lì, a un respiro dalla tomba di cenere dei suoi ‘amici’. È sdraiata accanto alle lamiere contorte e annerite di quel che resta del container sanitario, spazzato via nel pomeriggio del 4 settembre dall’incendio all’Oasi Argo.

È stato un inferno sceso in terra, scatenato con spietata crudeltà e di probabile natura dolosa. Un orrore indicibile. Le urla strazianti dei cani che bruciavano vivi, intrappolati e condannati alla cenere da una mano che osa arrogarsi il titolo di umana, tormenteranno per sempre l’anima dei volontari. Qualcuno ha deciso di accanirsi contro i più puri, i più indifesi. Hanno deliberatamente dato fuoco alla zona sanitaria del rifugio di Caterina Semerano: lì c’erano ricoverati i cani che non potevano muoversi, creature paralizzate condannate senza scampo, ma anche gatti che proprio sabato mattina avrebbero dovuto finalmente abbracciare la vita con una nuova adozione.

“L’anima di un cane è aperta a tutti ma non tutti sono degni di entrarci”. Sul relitto carbonizzato del furgone, tra la fuliggine e l’odore acre del fumo, questa scritta resiste. Sembra profetica, un monito angosciante e incancellabile scagliato contro chi ha compiuto un gesto tanto vigliacco.

L’ombra del vile business dietro l’incendio all’Oasi Argo

Sebbene non ci sia ancora la certificazione ufficiale del dolo e i vigili del fuoco non si siano ancora espressi, il sentore dell’intimidazione aleggia pesante. Le indagini sono serrate e guidate dai carabinieri del gruppo forestale di Cirò, ma la presenza della Squadra mobile sabato mattina getta un’ombra ben più inquietante. Il dramma sembra intrecciarsi ai fili oscuri e complessi della gestione del randagismo, una battaglia che Caterina Semerano porta avanti da anni, sola contro tutti, per chiedere a gran voce l’applicazione della legge regionale.

“Parlo di “oasi” da prima ancora che la legge lo prevedesse – dice Caterina Semerano -, perché per me il cane va rispettato dal punto di vista etologico. Purtroppo qui sto combattendo da anni per veder riconosciuto il mio diritto, ma c’è sempre qualcosa che non va. Sto combattendo con le istituzioni che dovrebbero applicare le norme”.

Una trincea estenuante che ruota inesorabilmente attorno al macabro business del randagismo e a quelle spese vertiginose che soffocano le casse dei comuni:

“Io parlo di spesa pubblica, informazione ai sindaci e sterilizzazioni da anni – ripete Semerano -. È strano che, non appena sollevo il problema del danno erariale, arrivino subito i controlli, a me come ad altre associazioni. Ci sono sempre stati problemi, persino per l’autorizzazione del furgone”.

Il rifugio Oasi Argo si ritrova, infatti, schiacciato in un labirinto burocratico spietato. Situato in località Lipuda su terreni di proprietà dell’Eni, attende l’ufficialità del passaggio al Comune in seguito alla presentazione di una Scia.

“L’Eni non si è mai opposta alla mia presenza . dice Caterina -; ha persino dichiarato spontaneamente di sapere che mi trovo qui e che devono effettuare il passaggio del terreno al Comune. C’è una sentenza penale che mi ha assolta, in cui il giudice ha scritto: “Il rifugio esiste con l’avallo del Comune; l’unico che può togliere l’autorizzazione è l’Eni”, e finora nessuno l’ha fatto”.

La forza di rinascere dal fumo e dalla devastazione

Nel pieno della desolazione, mentre il terreno fuma ancora, Caterina deve farsi scudo contro calunnie velenose.

“C’è chi dice che lucro sui cani, evidentemente non ha capito niente e non ha la minima idea di chi io sia e cosa faccia qui. Io penso solo al benessere dei cani e dei gatti. In questi anni, da prima del 2016 ad oggi ne abbiamo fatti adottare oltre 6.000. Garantiscono un grande risparmio economico per i Comuni. Forse è proprio questo mancato introito a dare fastidio. La causa di tutto? Sono sempre i soldi. Il randagismo finora è stato solo un business, ma i fondi pubblici destinati alla tutela animale sono stati usati in altro modo, mentre i volontari recuperano e sterilizzano i randagi a proprie spese o con donazioni private”.

Eppure, in mezzo al panorama di morte, la speranza non cede. I cani superstiti cominciano a emergere timidamente e zoppicando dalle loro cucce, chiamati con dolcezza dai volontari in lacrime che offrono loro da mangiare. Caterina non abbassa lo sguardo: “Stanno cambiando le norme in Regione, il canile deve essere solo un passaggio. Io sono rimasta in silenzio per tanti anni vivendo tutto sulla mia pelle, come quando mi bruciarono l’auto. Da quando c’è la nuova giunta regionale l’interesse è diverso. Le cose stanno cambiando grazie all’assessore Straface, che è molto sensibile e sta portando avanti un percorso di legalità atteso da trent’anni: il servizio pubblico deve funzionare correttamente”.

La raccolta fondi su GoFundMe

Per aiutare l’Oasi a risorgere dalle proprie ceneri, è stata subito attivata una raccolta vitale su GoFundMe. Sostieni la raccolta fondi per l’Oasi Argo .

C’è bisogno di tutto, perché tutto è diventato polvere. “E’ andato tutto distrutto, tutta la strumentazione per le prime cure, il cibo. Ci servirebbero soprattutto i furgoni per le staffette. Mi ha contattata anche il presidente della Camera di Commercio, Falbo, per chiedermi cosa si potesse domandare alle aziende. Gli ho risposto che ci serve cibo, perché sono andate bruciate cinque pedane di alimenti, inclusi gli scaffali con la carne specifica per le diete mediche dei cani malati e dei cuccioli. Servono anche le piscinette per far rinfrescare i cani”.