Naufragio Cutro, interrogati i rappresentanti italiani di Frontex
Tra giugno e luglio il pm Staccini ha sentito gli ufficiali che erano a Varsavia: emersi nuovi dettagli sulla classificazione dell’ evento
CROTONE – Nella sala di controllo di Frontex la notte del naufragio di Cutro c’era la certezza che quello della notte del 26 febbraio 2023 fosse un evento migratorio.
È quanto emerge dagli interrogatori, svolti dal sostituto procuratore di Crotone, Matteo Staccini, ai tre rappresentanti italiani presenti nella sala operativa di Frontex a Varsavia che la notte del 26 febbraio 2023 valutarono e segnalarono alle autorità italiane la presenza del caicco Summer Love.
Gli atti dell’interrogatorio, svelati in esclusiva dalla trasmissione ‘Il cavallo e la Torre’ condotta da Marco Damilano in un servizio di Giuseppe Ciulla, aprono un nuovo e inquietante squarcio sulle ore che hanno preceduto il tragico naufragio del caicco sulla spiaggia di Steccato di Cutro evidenziando come le incertezze sulle procedure e le sottovalutazioni dell’evento iniziarono sin dall’avvistamento del Summer love.
Nuovi interrogatori tra giugno e luglio 2026
Tra giugno e luglio scorso, infatti, il sostituto procuratore Matteo Staccini ha interrogato i tre rappresentanti italiani che erano presenti nella sala di controllo di Frontex (la MAS Room) a Varsavia la notte del 26 febbraio 2023: Giovanni Ligas, team leader, Paolo Magistri esperto Sar della Guardia costiera, e Walter Vincenzo Pascalicchio esperto law enforcment della Guardia di Finanza. Nessuno di loro è indagato.
L’interrogatorio si è reso necessario per fare luce sulle procedure di classificazione degli eventi ed anche sul dialogo intercorso tra i piloti dell’aereo “Eagle One” e il team leader Giovanni Ligas in occasione del primo avvistamento del caicco Summer Love, e per sviscerare le palesi contraddizioni nella classificazione dell’evento.
Il dialogo tra Frontex e Eagle one
Agli atti dell’inchiesta c’era già lo stralcio delle comunicazioni interne tra l’equipaggio in volo (CREW) e il Team Leader (TL) Giovanni Ligas. Dalla lettura della chat, emerge con forza come l’equipaggio del velivolo Eagle One avesse avanzato fin dal primo istante fortissimi dubbi sulla natura “diportistica” della barca, orientandosi invece verso un mezzo carico di migranti. L’equipaggio lo scrive nella prima riga della chat: “21:18 CREW: “Contatto visivo con l’imbarcazione; possibile barca di migranti [MB = migrant boat]“. Quindi dopo la richiesta di controllare l’imbarcazione da parte del Team Leader, Giovanni Ligas, l’equipaggio evidenzia: “21:20 CREW: “Imbarcazione non presente sul sistema AIS”. Quindi il team leader dopo aver visto la foto inviata da Eagle one, sostiene: “21:22 TL: “Possibile peschereccio [FV = fishing vessel]… ha le luci“. Dall’aereo contestano: “21:23 CREW: “Forma insolita di peschereccio per quest’area operativa; imbarcazione bassa sull’acqua e cabina calda; non è un peschereccio“.
Inoltre segnalano che il boccaporto di prua era aperto. Quando da Eagle one propongono di inviare informazioni “così potete tracciare la sua rotta“, il Team Leader risponde: “ 21:29 TL: “Non serve Frontex crede che sia un’imbarcazione da diporto, ma vuole solo esserne sicura“. Replica dell’Eagle one: “21:30 CREW: “D’accordo sebbene siano stati osservati il boccaporto anteriore aperto e la cabina calda”.
Gli elementi della segnalazione di Eagle One
Riassumendo i motivi per cui l’equipaggio aereo sosteneva di trovarsi di fronte a un’imbarcazione di migranti erano molteplici ed evidenti sul tracciamento: il caicco procedeva senza trasponder AIS attivato, presentava una conformazione insolita per essere un peschereccio, navigava “bassa sull’acqua” e, soprattutto, gli strumenti termici rilevavano una “cabina calda” associata a un boccaporto di prua aperto, dettagli inequivocabili che facevano presupporre un carico umano stipato sottocoperta. In più il sistema Flyng fish a bordo dell’Eagle one aveva intercettato una telefonata partita dal caicco verso la Turchia. Tutti elementi che facevano presupporre un evento migratorio.
Il copia e incolla della segnalazione Frontex
I documenti di Frontex però mostrano alcune contraddizioni. Al team leader Giovanni Ligas, nell’interrogatorio del 20 giugno 2026, è stato chiesto di giustificare la contraddizione nei documenti di Frontex agli atti dell’inchiesta: nella stessa segnalazione, infatti, si legge prima l’espressione “possible migrant boat” per poi liquidare la questione poche righe dopo come “una piccola imbarcazione, creduta essere da diporto”.
Rispondendo al pm Staccini, Ligas ha imputato la discrasia a un grossolano errore materiale del Contractor Liaison Officer (il delegato della società aerea che ha l’appalto di Frontex per il controllo delle frontiere). “Dalla mia prospettiva questo si chiama «typo», un copia e incolla perché nella parte del siting, sono stati chiaramente indicati gli elementi che si vedevano…” ha dichiarato Ligas al Pm. Pressato sul perché la dicitura ambigua si ripetesse anche nelle pagine degli orari, il Team Leader ha ribadito: “Ripetono copia-incolla della identificando ancora «a small vessel, believe to be a pleasure craft, was identified». Quindi, il copia e incolla precedente ripetuto anche qua, perché i rapporti di missione sono un preimpostato, per fare prima. Cambiano solamente orari e a volte hanno tutto già predeterminato”. Ligas ha poi aggiunto a sua discolpa: “Non è stato mai citata alcun tipo di informazione riguardo ai migranti, perché fattivamente quello che si è osservato era la presenza di una persona a bordo”.
Gli esperti Sar e law enforcement
Gli altri due esperti italiani presenti in sala – Paolo Magistri per la Guardia Costiera e Walter Vincenzo Pascalicchio per la Guardia di Finanza – hanno confermato al Sostituto Procuratore che, nella stanza di Varsavia, vi era la certezza di trovarsi di fronte a un evento migratorio illegale, pur mancando i requisiti visivi per un allarme di immediato pericolo (SAR).
“Avevate il sospetto/quasi certezza che quella poteva essere una barca di migranti?” chiede il pm a Magistri che risponde: “Sì” specificando: “in realtà, appunto, data la telefonata in Turchia e la rotta che seguono, che di solito evitano alcune posizioni, ci ha fatto desumere che fosse comunque un evento migratorio, che può essere anche fatto da tre persone, cinque. E per questo è stata fatta una segnalazione al Team leader, in accordo con il collega che era lì, della Finanza, come un evento law enforcement…”. Magistri ha ribadito: “In realtà è stata classificata come un tentativo di immigrazione illegale, fondamentalmente”. Tuttavia, per l’esperto: “Non c’erano le condizioni oggettive nel momento dell’osservazione per valutarla rischiosa”, poiché la barca procedeva con una “navigazione coerente, normale, in sicurezza, diciamo, almeno in apparenza”.
L’ipotesi del terremoto in Turchia
Ancor più dettagliata è stata la testimonianza di Pascalicchio. Rendendosi conto della potenziale emergenza, aveva avviato comunicazioni informali su WhatsApp con l’ufficiale Antonio De Maria della CCO di Pratica di Mare. Pascalicchio, come Magistri, ha fornito le chat di quella notte agli inquirenti. Nei messaggi con l’ufficiale De Maria scrive una sua ipotesi riferita al terremoto di alcuni giorni prima in Turchia: “Potrebbe essere (con quello che è successo in Turchia) che sia pieno di siriani sotto … ma non abbiamo altri elementi per sospettarlo”. Davanti al magistrato, Pascalicchio ha giustificato l’ipotesi: “ho pensato, glielo giuro, potrebbe non essere collegato, ma io ho collegato anche al terremoto in Siria. Cioè, io ho detto ‘qua stanno facendo i viaggi, magari e però giustamente gli scrivo che non abbiamo altri elementi per sospettarlo”.
Pur confermando che “in quel caso non era di immediato pericolo… non era ovvero di «mayday»”, l’operatore si attendeva che lo Stato italiano intervenisse immediatamente per intercettare il natante. Alle 00:06 del 26 febbraio 2023, l’ufficiale De Maria scrive a Pascalicchio che si stavano coordinando a livello locale per intervento specificando “anche con la Cp”. L’ indagine ha poi rivelato come le unità della Finanza siano uscite per attività di law enforcement solo alle 2 del mattino per rientrare causa condizioni meteo avverse alle 3.30, e che la Guardia costiera, non avvisata del rientro di motovedetta e pattugliatore, non sia proprio intervenuta
Il calore a bordo del caicco
Nella chat Pascalicchio invia una foto del caicco avvistato da Eagle One al capitano De Maria, che esclama: “bello caldo”.
Sul calore rivelato dalla telecamera termica, i tre ufficiali italiani presenti a Varsavia hanno sostenuto tutti che non fu ritenuto sufficiente per lanciare un allarme di soccorso immediato (SAR). Stessa linea tenuta fino ad ora anche da altri testimoni nel corso delle udienze davanti al collegio penale del Tribunale.
Giovanni Ligas ha spiegato le sue perplessità sostenendo che le telecamere a infrarossi possono essere fuorvianti: “C’era un hatch, un boccaporto che era aperto a prora e da questo boccaporto si vedeva, fondamentalmente un segnale termico che arrivava, che può essere tutto. Le stufette accese fanno la stessa cosa”. Per il Team Leader, il fatto che il boccaporto fosse aperto e che la segnalazione di Frontex dava come possibile la presenza di persone nella stiva “non necessariamente era un indicatore che per noi c’erano migranti, potevano esserci uno o due persone o anche nessuno. Però, un riscontro termico non è certezza”.
L’esperto SAR, Paolo Magistri ha avvalorato questa prudenza interpretativa, confermando che il calore non indicava obbligatoriamente un sovraffollamento: “…dal boccaporto di prua usciva, con il rilevatore termico, della luce, quindi, probabilmente c’erano persone. Chiaramente non quantificabili: potevano essere 4/5 persone, come quante ce n’erano realmente”. Magistri ha aggiunto: “Cioè, si capisce che esce calore. C’è una fonte di calore, ma potrebbe anche essere l’illuminazione fondamentalmente”.
Infine, Walter Vincenzo Pasalicchio ha spiegato perché il calore non innescò il codice di emergenza: “La risposta termica è un indicatore, è come se vogliamo fare una checklist… Non è sufficiente”. Pascalicchio ha ammesso l’attesa vana di ulteriori riscontri visivi: “…nel frattempo parlavo col collega di MRCC e col team leader chiedendoci se potessero sbucare da un momento all’altro persone, vista la risposta termica, cosa che non è mai successa…”. L’operatore era comunque convinto dell’anomalia: “Cioè, io non posso dire solo risposta termica, quindi, ci siamo chiariti anche prima di mandare la mail, che c’era la possibilità che vi fossero persone a bordo”.
L’ incertezza nella catena di comando
Il livello di incertezza nella catena di comando italiana emerge anche dalla conversazione su WhatsApp tra Paolo Magistri e Francesca Perfido, Ufficiale di Servizio presso la Sala Operativa dell’IMRCC a Roma (che è tra gli imputati al processo in corso a Crotone).
Mentre l’aereo di Frontex sorvolava la zona, Magistri anticipa l’informativa ufficiale alla Perfido scrivendo in chat alle 22:54: “Eagle1 mentre rientrava… Sembra uno yacht con luci accese che naviga tranquillo, ma hanno intercettato varie chiamate con sat in Turchia”. Alle 23:11, l’ufficiale Perfido risponde da Roma confermando la ricezione e svelando le perplessità sulla classificazione burocratica dell’evento: “si confermo arrivato…, lo apro migratorio… ma nutro dei profondi dubbi..”. Pochi minuti dopo, alle 23:14, la Perfido propone una soluzione operativa interlocutoria: “magari lo apriamo tale [evento migratorio, ndr], in primissima mattinata dovrebbe palesarsi… vediamo al massimo lo chiudiamo come evento non migratorio”.
Al termine dell’interrogatorio, incalzato dal Pm Staccini sulle impressioni a posteriori e su cosa fosse mancato in quella catena di eventi, Magistri si è lasciato andare a una drammatica ammissione: “Sinceramente, probabilmente poteva essere fatto di più, nel senso che, si poteva… si poteva alzare l’elicottero per intercettarla comunque e magari, l’elicottero che la intercettava, vedeva dove andava e quindi, si poteva anticipare quello che poi è successo, insomma. Non bisognava farla arrivare a terra dove poi è successo il fatto. Come dicevo prima, se andavano in porto, come spesso fanno a Lampedusa, probabilmente non succedeva. Perché ripeto, la navigazione era una navigazione coerente, normale, in sicurezza, diciamo, almeno in apparenza, quindi, se andavano in porto non sarebbe successo”.
Quanto emerso dagli interrogatori potrà essere acquisito agli atti del processo. Bisognerebbe ascoltare anche l’equipaggio dell’Eagle One che, attualmente, è solo nell’elenco testimoni delle parti civili.


