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Crotone, 3 ottobre 1996: il giorno del preavviso…

La prima esondazione e il cedimento del cavalcavia Nord: i segnali di un territorio al limite, undici giorni prima della tragedia che costò la vita a sei persone

CROTONE – C’è una data che tutti a Crotone conoscono, e ce n’è un’altra che quasi nessuno ricorda. La prima è il 14 ottobre 1996, il lunedì dell’acqua e del fango, il giorno dell’esondazione dell’Esaro che uccise sei persone. La seconda è oggi, 3 ottobre 1996, trent’anni fa esatti: fu il giorno – o meglio, l’inizio della settimana – in cui la città ricevette il suo preavviso.

Le piogge avevano cominciato a cadere già alla fine di settembre, abbattendosi sulla provincia con una violenza concentrata in poche ore e trasformando canali di scolo e corsi d’acqua in fiumi che rapidamente tracimarono. Fu il torrente Passovecchio a esondare per primo, allagando la zona industriale, la stessa che l’onda dell’Esaro avrebbe devastato nuovamente undici giorni dopo. Tra il 3 e l’8 ottobre le strade divennero impraticabili e Crotone rimase, di fatto, isolata, fino al segnale più plateale: il cedimento del pilone del cavalcavia Nord (nella foto) che chiuse la principale via d’accesso alla città. Quell’immagine, il viadotto spezzato, sarebbe diventata uno dei simboli di quell’autunno nero.

Tra quella prima esondazione e la tragedia passarono undici giorni, durante i quali i terreni continuarono a saturarsi d’acqua, gli alvei rimasero gonfi di detriti e nessun intervento riuscì a mettere in sicurezza le aree più esposte. Quando, nella notte tra il 13 e il 14 ottobre, la pioggia tornò a cadere su un territorio già imbevuto d’acqua, il fiume non aveva più spazio: la mattina successiva, altri 120 millimetri di pioggia in poche ore sovralimentarono gli affluenti dell’Esaro e portarono l’acqua là dove non avrebbe mai dovuto arrivare. Il resto è storia.

Il professor Pasquale Versace, ingegnere dell’Università della Calabria che dopo il disastro firmò il piano di messa in sicurezza della città, ricostruì quell’evento come un uragano mediterraneo, oggi il cosiddetto Medicane: “Gli alvei degli affluenti dell’Esaro e del Passovecchio erano risibili rispetto alla quantità di acqua passata”. A rendere ancora più fragile il territorio contribuivano inoltre le argille poco permeabili, che aumentano la vulnerabilità di un’area già esposta a fenomeni di questo tipo.

Ma il punto, a trent’anni di distanza, non è soltanto meteorologico. Il 3 ottobre 1996 fu la dimostrazione che la natura aveva già mostrato il suo progetto e che la città – amministratori e cittadini insieme – non aveva saputo, o voluto, leggerlo. Non a caso, nelle cronache successive al disastro, si parlò di “tragedia annunciata”: case costruite fin dentro gli alvei, abusivismo dilagante, manutenzione assente. Un territorio cresciuto senza regole e che pagò il conto più alto proprio dove si era costruito nel posto sbagliato: Gabelluccia, Fondo Gesù, gli argini dell’Esaro.

La tragedia, insomma, non arrivò dal nulla. Arrivò dopo giorni di pioggia, dopo una prima esondazione, dopo strade interrotte e collegamenti saltati; arrivò dopo che il territorio aveva già mostrato con chiarezza la propria fragilità. Eppure quell’avvertimento non bastò.

Ogni autunno, quando il cielo si fa cupo e la pioggia torna a fare paura, quel ricordo riaffiora e con esso torna la stessa domanda: se dovesse ricapitare un ottobre come quello del 1996, saremmo davvero pronti?

Le risposte, a trent’anni di distanza, restano in gran parte affidate alla memoria. Ci sono le sei vasche di laminazione progettate, ma non tutte realizzate, i cantieri mai partiti e gli alvei tornati a riempirsi di vegetazione. Opere e interventi che avrebbero dovuto trasformare la lezione del 1996 in prevenzione e che, invece, lasciano ancora aperta la domanda su quanto Crotone sia oggi più sicura di allora. Perché la memoria non serve soltanto a ricordare: serve a prevenire. E il 3 ottobre 1996 non dovrebbe essere una data dimenticata. Perché undici giorni prima della tragedia, Crotone aveva già ricevuto il suo avvertimento.

Per ricordare Luca, Michela, Bruno, Paolo, Luca e Angela.