Crotone, isolata in reparto perché arriva da zona rossa: donna partorisce da sola

“Ho partorito, completamente sola, facendo nascere mia figlia in quello stesso letto in cui mi era stato detto, il giorno precedente, di stare e di non muovermi per nessuna ragione perchè venivo da una zona rossa”. Inizia così il racconto di una donna di Cutro, che martedì scorso ha dato alla luce una bella bimba nell’ospedale di Crotone. Lo ha fatto però, da quello che racconta, senza alcuna assistenza medica perché, provenendo da Cutro – che è stata dichiarata zona rossa per via dei numerosi contagi di coronavirus registrati – era stata messa in isolamento in quello che era un tempo il blocco parto. A farsi portavoce della vicenda è l’avvocato Pasquale Fazzolari che ha divulgato una lettera della signora nella quale viene raccontata la vicenda.

L’isolamento

La signora, che per comodità chiameremo con il nome di fantasia Maria, spiega i essere andata in ospedale lunedì perché il suo parto era stato programmato: “Rispettando quanto previsto dal protocollo ospedaliero – racconta -, mi sono recata alle ore 7:00 presso il pronto soccorso del nosocomio calabro per procedere al mio ricovero ospedaliero. Ciò perché essendo al nono mese di gravidanza e, avendo avuto un leggero accenno di diabete gestazionale, era stato calendarizzato il mio ricovero al fine di permettermi il parto con travaglio indotto. Essendo io originaria di Cutro che, come noto, è considerato paese focolaio di coronavirus e, per questo, sottoposto a regime di quarantena, sono stata dapprima sistemata in una stanza assieme ad altre pazienti, poi trasferita in una stanza singola per essere, infine, sistemata in quello che era un tempo il blocco parto del reparto di ostetricia/ginecologia. Tutto questo perché, provenendo da Cutro, era necessario “isolarmi” a causa della potenziale minaccia che potevo rappresentare per le pazienti e tutto lo staff ospedaliero”.

Tale isolamento non ha infastidito la donna consapevole della situazione: “Mi è stato detto essere di “protocollo” e io non ho opposto, da buona cittadina, nessuna rimostranza”. L’assistenza però a Maria non è sembrata essere al massimo: “È stato quindi eseguito il tampone orofaringeo – racconta Maria – al fine di scongiurare questa “sciagura” ma, in attesa del risultato, non ho ricevuto le adeguate attenzioni del caso visto che i medici si sono limitati a farmi dei semplici tracciati, a cadenza di 3 ore gli uni dagli altri, senza sottopormi ad una necessaria visita ginecologica. Reparto completamente deserto nel pomeriggio con qualche addetto che per qualche “misteriosa ragione” appariva ogni tanto”.

Il parto

Il martedì mattina, intorno alle 5:05, la signora Maria entra in travaglio: “Nel giro neppure di 20 minuti ho partorito, completamente sola, facendo nascere mia figlia in quello stesso letto in cui mi era stato detto, il giorno precedente, di stare e di non muovermi per nessuna ragione, in quello stesso letto accanto al quale il primario aveva sistemato un pattume invitandomi a gettarci dentro qualsiasi cosa toccassi In quei momenti, che solo per mano di Dio non sono divenuti tragici, è passato un medico che, senza guanti e camice e per mancanza oramai di tempo, ha afferrato la mia bimba a mani nude”.
La donna di Cutro racconta di aver provato a chiamare assistenza prima del parto ma “sono state inutili le mie chiamate tramite campanello (non funzionante) al personale medico, le chiamate al pronto soccorso ospedaliero tramite cellulare o le mie grida…intorno a me il nulla”. E questo perché? Perché sono cittadina cutrese e per questo portatrice sana di coronavirus a prescindere? Quello stesso medico, al quale oggi sono grata perché ha rappresentato nel momento del parto l’unica mia speranza di vita, mi ha detto che quell’esperienza vissuta non l’avrebbe mai più dimenticata, e neppure io perché troppo grave, surreale e potenzialmente tragica”.

Stanza degli orrori

Dopo aver ricevuto le scuse del primario del reparto che, però,m rivela Maria “mi ha impedito la possibilità di vedere la mia cartella clinica quando ancora ero una ricoverata del suo reparto, violando, ancora una volta, i diritti dell’ammalato nonché la Legge 241/90” pensava che la brutta avventura fosse finita: “Invece vengo ributtata a due ore dal parto in quella stessa “stanza degli orrori” dove rimango, ancora una volta, completamente sola senza che mi venga fornito neppure un supporto psicologico e senza la possibilità di vedere qualche mio familiare perché il famoso protocollo me lo impediva salvo poi scoprire che in quel blocco ad oggi vengono effettuati tamponi e aborti volontari. Dunque il reparto in cui sono isolata è aperto al pubblico? Io non sono una minaccia per le persone provenienti dall’esterno? Ma soprattutto queste persone non rappresentano una minaccia per me e per la mia bambina appena nata che è lì con me? Il protocollo se c’è va rispettato ma è necessario che ci siano anche le condizioni per applicarlo e queste condizioni di fatto non sussistono il quel blocco dove addirittura ho dovuto accontentarmi di un bagno privo di bidet o doccino, con una lurida doccia che mai avrei potuto utilizzare e che la stessa caposala mi ha invitata a non fare avendo appena partorito”.

Tampone negativo

La signora è decisamente delusa: “Mi è stato negato tutto- scrive -, l’assistenza, la sicurezza, il supporto psicologico, il diritto, i servizi primari. Fortunatamente, adesso, io e mia figlia stiamo bene. Ultima cosa, e sempre per completezza di informazioni: l’esito del tampone è negativo”.