Dietrofront del giudice su Tolone

Il giudice si è dovuto ricredere. E ventiquattro giorni dopo aver firmato l’ordine di arresto lo ha revocato. Non c’è alcun valido indizio per sostenere che Domenico Tolone, imprenditore 49enne di Le Castella, abbia costruito il suo patrimonio riciclando il denaro della cosca Arena. E, dunque, non solo Tolone è stato scarcerato ma i beni che erano stati sequestrati all’imprenditore e ai suoi familiari sono sono stati tutti restituiti. Così ha deciso il giudice delle indagini preliminari Gabriella Reillo, lo stesso che il 21 aprile scorso ha firmato un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di venti persone ritenute tutte affiliate o contigue alla cosca Arena di Isola Capo Rizzuto e contestualmente ha disposto il sequestro di beni mobili e immobili per un importo stimato complessivamente in 30 milioni di euro.

Il giudice si è dovuto ricredere. E ventiquattro giorni dopo aver firmato l’ordine di arresto lo ha revocato. Non c’è alcun valido indizio per sostenere che Domenico Tolone, imprenditore 49enne di Le Castella, abbia costruito il suo patrimonio riciclando il denaro della cosca Arena. E, dunque, non solo Tolone è stato scarcerato ma i beni che erano stati sequestrati all’imprenditore e ai suoi familiari sono sono stati tutti restituiti. Così ha deciso il giudice delle indagini preliminari Gabriella Reillo, lo stesso che il 21 aprile scorso ha firmato un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di venti persone ritenute tutte affiliate o contigue alla cosca Arena di Isola Capo Rizzuto e contestualmente ha disposto il sequestro di beni mobili e immobili per un importo stimato complessivamente in 30 milioni di euro. Nell’ambito di quella indagine, denominata ‘Ghibli’, Domenico Tolone non compare come un elemento inserito a pieno titolo nell’organigramma della cosca Arena; piuttosto alcuni collaboratori di giustizia sostengono che l’imprenditore sarebbe stato disponibile a reinvestire il denaro proveniente dalle attività illecite dell’associazione criminale nelle imprese turistiche delle quali è titolare. Per questo il giudice, oltre all’ordine di arresto, aveva firmato anche il decreto di sequestro dell’albergo ristorante ‘il Corsaro’ e dell’albergo ‘Bilha’ che Tolone e i suoi familiari gestiscono a Le Castella, oltre che di conti correnti ed altri beni mobili.
Ma quel castello accusatorio evidentemente ora non lo convince più. A far cambiare completamente parere al giudice Reillo sono valse soprattutto le argomentazioni dei difensori dell’imprenditore, gli avvocati Mario Prato e Giuseppe Barbuto, che hanno prodotto un’abbondante e congrua documentazione dalla quale giunge la conferma, tra l’altro, di quanto aveva sostenuto lo stesso Tolone già in occasione dell’interrogatorio di garanzia del 23 aprile scorso, allorquando aveva protestato la sua completa estraneità alle accuse spiegando che i beni finiti nel mirino degli inquirenti costituiscono unicamente il frutto di un intenso lavoro, condotto con sacrificio dal suo nucleo familiare nell’arco di un trentennio.
Gli avvocati Prato e Barbuto, in proposito, hanno dimostrato con documenti alla mano che le attività imprenditoriali di Domenico Tolone sono state realizzate facendo costantemente ricorso al credito bancario ma anche grazie a diversi finanziamenti pubblici ottenuti all’esito di approfondite istruttorie da parte degli enti erogatori. Assolutamente generiche, poi, sono state definite dai due difensori le dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia Luigi Bonaventura, Domenico Bumbaca, Vincenzo Marino e Angelo Salvatore Cortese che peraltro appaiono inconciliabili con alcuni elementi oggettivi che gli avvocati hanno rappresentato al giudice: come il fatto che Tolone sia titolare, da moltissimi anni, del porto di pistola per difesa personale, concesso e annualmente rinnovato sulla base delle favorevoli relazioni dei Carabinieri di Isola Capo Rizzuto nelle quali si attesta che Tolone non aveva alcuna frequentazione con pregiudicati e tantomeno con elementi legati alla criminalità organizzata. Per non dire della convenzione, in vigore da oltre dieci anni, con la Prefettura di Crotone in virtù della quale l’hotel ‘il Corsaro’ è stato scelto per fornire vitto e alloggio a ufficiali e agenti di polizia giudiziaria dei Carabinieri, della Guardia di finanza e della Polizia di Stato impegnati nella zona per operazioni di polizia giudiziaria e per l’attività relativa al centro di accoglienza per extracomunitari di Sant’Anna.
In proposito, il giudice Reillo conviene con i rilievi degli avvocati Prato e Barbuto ammettendo che i collaboratori non hanno riferito di episodi caduti sotto la loro diretta percezione e dunque si tratta di vicende apprese ‘de relato’, da altre persone, se non addirittura di loro deduzioni. Tuttavia, il magistrato aveva deciso di dare comunque credito ai collaboratori perché le loro dichiarazioni apparivano riscontrate dagli accertamenti economici dei carabinieri del Ros “che dimostravano con evidenza una rilevante capacità economica del Tolone non giustificata da guadagni leciti e, dunque, si è ritenuta la sussistenza del quadro indiziario in ordine a finanziamenti occulti provenienti da attività illecite, integranti le condotte di riciclaggio e di fittizia intestazione di beni provenienti da illecita accumulazione patrimoniale”.
Accertamenti che, invece, oggi vengono puntualmente smentiti dalla ricostruzione difensiva. “In ordine alla produzione documentale allegata dalla difesa – dice il gip Reillo – è emerso con altrettanta evidenza che le indagini patrimoniali risultavano fortemente lacunose non avendo rilevato e riportato dati evidenti che inducono a difformi conclusioni sulle attività economiche riferibili al Tolone”.
(d.p.)