Il piano per chiudere il porto. Un film già visto con il Sant’Anna

Sul destino del porto di Crotone è calata un’inquietante cappa di silenzio. Non una delle istituzioni competenti ha speso una parola su quanto sta accadendo attorno allo scalo marittimo, nessuna che si sia posta una domanda purchessia.

Dalle forze politiche, poi, è persino inutile attenderla una riflessione o un presa di posizione: quelle sono eternamente affaccendate a programmare candidature, che si tratti di elezioni nazionali o di condominio; finita una si pensa già alla successiva.

Non si tratta di entrare nel merito della vertenza dei lavoratori portuali con Biomasse, di stabilire se un subappalto sia legittimo o meno, ma di guardare con occhio attento allo scenario che quella vertenza ha disvelato, o meglio, ha riattualizzato giacché tutti ne sono a conoscenza da anni: sulle banchine, dal porto industriale a molo Sanità, c’è il far west. Come i cercatori d’oro americani si sfidavano in corse sfrenate con cavalli e diligenze e chi arrivava per primo si accaparrava l’ambìto pezzo di terra, così i nuovi coloni dello scalo crotonese corrono alla conquista di un pezzo di banchina: ognuno pretende la concessione per scaricare qualche nave, per costruire una baracca di lamiera, per installare un distributore di carburante, per noleggiare gli ormeggi ai diportisti in transito. Inevitabile che in questa sfida spesso prevalgano i più furbi e prepotenti, che la contesa sfoci in minacce e vessazioni, come pure testimoniano alcune vicende giudiziare del recente passato. In fondo, in ballo ci sono parecchi soldi.

E le istituzioni competenti? Stanno a guardare come le stelle, perché ciò che accade è perfettamente funzionale al piano. Divide et impera, dicevano i romani. Dev’essere proprio questo il motto mutuato dall’Autorità portuale di Gioia Tauro, sotto la cui influenza, per nostra somma sventura, è finito oltre vent’anni fa lo scalo di Crotone. Finché continueranno ad accapigliarsi tra di loro – sembrano dire sull’altra sponda della Calabria – non ci romperanno le scatole, non avranno la forza di pretendere investimenti di una certa portata e piani di sviluppo e, nel mentre li terremo a bada con la concessione di qualche metro di banchina, porteremo via anche quei finanziamenti che pure gli spetterebbero: almeno nove milioni di euro per la messa in sicurezza del porto vecchio, per non parlare del banchinamento di Spiaggia delle Forche, che da anni compare e scompare nei progetti dell’Autorità portuale di Gioia Tauro. Un piano perfetto al quale proprio la querelle tra Compagnia lavoratori portuali e Biomasse ha aggiunto un importante tassello, giacché ha fornito l’alibi per dirottare immediatamente a Corigliano anche quelle poche navi mercantili che ormai attraccavano da queste parti. E che continueranno a dirottare anche se i due contendenti troveranno un compromesso e la vertenza sarà risolta, perché l’obbiettivo finale è smantellare Crotone.

Ma c’è un’altra istituzione ‘competente’ che tace colpevolmente su questo misfatto: il Comune di Crotone che, forse a sua insaputa, è l’unico vero proprietario dell’infrastruttura portuale. Ma, per ignavia o piccoli calcoli di bottega, subisce l’arroganza di Gioia Tauro. L’amministrazione guidata dal sindaco Peppino Vallone, per dire quanto fosse interessata al destino dello scalo marittimo, aveva delegato un consigliere comunale a rappresentarla in seno all’Autorità portuale. Il sindaco Pugliese non ha fatto neppure questo. Al momento si è limitata ad ereditare una inutile società, la Marina Spa, che aveva l’ambiziosissimo obbiettivo di realizzare il porto turistico ma è servita solo a dispensare stipendi e consulenze. Invece di liquidarla, Pugliese l’ha addirittura acquistata. Dimenticando che entro fine anno subirà la sorte di tutte le partecipate che, non avendo attività e dipendenti, saranno sciolte d’ufficio. Il Comune ha, però, ereditato, un altro pesante fardello dalla precedente amministrazione: il Piano regolatore del porto, ovvero quello strumento in grado di pianificare uno sviluppo organico dello scalo, che non è mai stato redatto e tantomeno approvato. Con buona pace dei proclami lanciati dalla giunta Pugliese al momento del suo insediamento, ormai un anno fa, sulla necessità di rilanciare porto e aeroporto, unici veri volani di sviluppo della città.

Già, porto e aeroporto. Uno strano nebuloso destino sembra accomunarli. Sono state le prime grandi infrastrutture sorte in Calabria, quando, tutt’intorno, era solo pastorizia. Oggi c’è un piano, che si sta dipanando con identiche modalità, per smantellarle entrambe. Al Sant’Anna ci ha pensato l’Enac. Al porto ci sta pensando Gioia Tauro. Ugo Pugliese non è riuscito ad impedire che chiudessero l’aeroporto. Almeno provi a salvare il porto. Uscendo immediatamente dall’Autorità di Gioia Tauro e prendendo in mano le redini dello scalo.