Strage di migranti, lettera a un bambino mai arrivato

Antonio Cerminara

È giunta nella mattinata di sabato 27 maggio nel porto di Crotone la nave Phoenix di Migrant Offshore Aid Station (Moas), organizzazione non governativa specializzata nella ricerca e soccorso. A bordo hanno viaggiato circa 650 persone soccorse nel Mediterraneo centrale al termine di un’altra Odissea dell’immigrazione verso l’Europa. Ma quella nave ha portato con sé anche 32 corpi senza vita recuperati in mare; esseri umani annegati durante il naufragio del barcone sul quale erano saliti sulla costa libica. Tra le 32 vittime di quest’ultima sciagura anche tanti bambini.

Una circostanza che ingigantisce ancor di più l’ennesima carneficina della quale il Mare Nostrum è testimone ormai da anni e che fa riflettere sullo scandalo di giovanissime esistenze spezzate. Esistenze che non hanno avuto il tempo di aprire gli occhi sul mondo nuovo, tante volte fantasticato, verso il quale i loro genitori, le loro famiglie di origine le stavano conducendo. È soprattutto a questi bambini, in omaggio alla loro innocenza crudelmente tradita dalla tratta di esseri umani, che abbiamo pensato di rivolgerci ritenendo che una parola, per quanto approssimativa, possa giungere come una carezza. Una carezza sul viso di un bambino che si estenda poi su tutti quegli altri che il mare ha ingiustamente inghiottito. È una carezza ad Angelo perché ogni lingua del mondo porta sicuramente il significato di questo nome.

 

Caro Angelo,

Il villaggio in cui sei nato è bellissimo e non ti devi meravigliare se ti dico di averlo molto ammirato in quel documentario in televisione. Bellissimo, ma anche pericolossimo come molti altri paradisi in terra, paradisi trasformati in inferno da guerre e mancanza di cibo. Anche tu, Angelo, ti sei accorto che c’era qualcosa che non andava a casa quando certi pomeriggi non c’era nulla da sgranocchiare e la tua mamma ed il tuo papà si facevano neri in volto scambiandosi, sottovoce, queste parole: “che gli gli daremo da mangiare domani?”.Mamma e papà hanno sofferto tanto quando hanno deciso: qua non possiamo più stare, ad Angelo bisogna dare qualcosa di più di un paradiso naturale dove si riempiono gli occhi ma non la pancia. Andremo via anche noi. Andremo in un luogo meno bello, ma sicuramente più sicuro. Caro Angelo, probabilmente non ti sei accorto delle lacrime che rigavano il volto degli anziani nonni quando sei andato a salutarli e ti hanno visto partire a cavalcioni sulle spalle di papà: a singhiozzare e a fare ciao mentre diventavi sempre più piccolo all’orizzonte. Ma i sentimenti devono essere messi da parte quando si attraversano a piedi foreste, villaggi, deserti; miglia e miglia in direzione del Mediterraneo, il mare promesso. Oltre il quale ci sono luci e promesse di felicità. L’attesa è stata lunga ed estenuante in quel capannone in cui gli scafisti hanno fatto entrare te e i tuoi genitori. A controllarvi c’era gente cattiva che ha sostituito il sorriso con un ghigno. Davanti a loro, hai avuto nostalgia della tua casetta laggiù al villaggio e l’hai spesso sognata.Poi il gran giorno è arrivato e gli aguzzini – dopo aver rastrellato tutti i quattrini che i tuoi avevano messo da parte per il “viaggio” – vi hanno ordinato di salire sul barcone. Finalmente!, ha esclamato il tuo papà. Ma finalmente cosa? Su quella bagnarola si stava stretti come sardine e alla prima onda, prima la prua e poi l’intero scafo hanno cigolato. Ce la faremo? ha domandato tua madre a tuo padre.La risposta è venuta dopo solo un’ora quando il barcone, sotto il peso di tante persone, ha cominciato ad oscillare. Oscillare, sempre più forte, sempre più pericolosamente. A te, all’inizio, è sembrato quasi un gioco, ma poi ti sei messo a piangere quando hai sentito mamma strillare. Un istante ed il mondo è crollato, si è fatto liquido come quel mare che non avevi mai visto prima e che non immaginavi fosse salato. Tuo padre, tua madre non sono riusciti e tenerti stretto. E gli angeli, quelli veri, quelli che stanno in cielo, sono venuti a prenderti. Subito, senza farti soffrire, ti hanno messo su una nuvoletta e ti hanno cullato. Caro Angelo, non devo descriverti io, seduto comodamente davanti al computer, quello che è accaduto e hai passato l’altro giorno. Questa lettera vuole dirti altro: e cioè che, pur non avendoti mai conosciuto, non ti scorderò mai. Mi sarebbe piaciuto conoscerti e guardare i tuoi grandi occhi. Mi avrebbe fatto piacere se avessi cominciato a frequentare la scuola, qui in Italia, e avrei gioito a vederti correre dietro una palla nel campetto dell’oratorio immaginando grandi cose nel tuo futuro. Ma non è stato così: e la cosa che mi rattrista è che nessuno abbia pensato a venirti ad accogliere in Europa facendoti salire su una nave da crociera, le tante che solcano il Mediterraneo, e non su quel maledetto barcone. Non si accolgono così i bambini,Ma tutto quello che penso e scrivo ed il gran bene che ti voglio temo non possa esprimerlo con altre parole, tutte inadeguate. Davanti alla morte di un bambino ogni tentativo di rimediare appare inutile. Rimane il silenzio. Ed in quel silenzio capisco una cosa, caro Angelo: stai già pregando perché il cuore degli uomini non rimanga di pietra. Perché solo questa “conversione” potrà scongiurare la morte di altri bambini.